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Cagliari, l’addio di Farias è il simbolo della gestione creativa

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La discontinuità e il suo simbolo numerico. Un passaggio che aveva cancellato la superstizione, una maglia numero 17 a sancire il cambio di rotta. Da simbolo a simbolo, ora diventato quello della creatività e della confusione, di un progetto senza progetto, di ipotetici scarti che restano per la sola ragione di fare numero.

E addio fu

“Il mago si presenterà di nuovo qua, ci fingeremo stupiti, ché non ci costa niente farlo sentire una star”. In sottofondo un vecchio successo di Luciano Ligabue, colonna sonora perfetta dei continui ritorni di Diego Farias da Sorocaba, in arte il mago. L’ultimo la scorsa estate dopo il prestito allo Spezia, l’unico senza quell’obbligo di riscatto in caso di salvezza proprio quando quella salvezza alla fine è arrivata. Non come a Empoli, non come a Lecce. E, in un periodo di vacche magre dal punto di vista economico, anche il riscatto del brasiliano è apparso troppo oneroso per i liguri. Così Farias è tornato in Sardegna per restarci, ancora in rosa dopo la fine del mercato e pronto a dire la sua. D’altronde il Cagliari davanti non ha un parco attaccanti profondo, forse lo spazio per il mago potrebbe arrivare vista l’assenza di giocatori con le sue caratteristiche. Invece è bastato poco, giusto qualche settimana, fino a una risoluzione messa dentro il cassetto – parola del suo agente Mariano Grimaldi – “già il 15 ottobre con scadenza il 2 dicembre”. Puntuale come un orologio svizzero l’addio è arrivato nel giorno atteso, come d’altronde noto da tempo e qui anticipato.

Dall’inferno al paradiso e ritorno

Difficile rimpiangere i suoi “abra cadabra-cadabra abra”, soprattutto pensando al suo essere tutto fuorché profeta in patria. Farias non ha mai nascosto il suo amore per Cagliari, ma il Cagliari non lo ha corrisposto. A ragione o a torto, usando il brasiliano più per guadagnare qualche milione dai prestiti in giro per l’Italia piuttosto che come parte della rosa. La sua esperienza in Sardegna – arrivò nel 2014 su indicazione del suo vecchio allenatore a Foggia, il boemo Zdenek Zeman – non era partita con il piede giusto. I gol sbagliati al di là dei sei messi a segno, la retrocessione, ma anche i dribbling e una sana confusione messa in campo. E quel numero 17, segno di discontinuità con la gestione Cellino, con la scaramanzia, con i riti. Poi in Serie B Farias diventa decisivo per la risalita immediata, calciatore fuori categoria che tra gol (14) e assist (14) aiuta  il Cagliari – con il connazionale Joao Pedro – a ritrovare il paradiso. E come Joao Pedro la stagione ha il profumo del riscatto e della ripartenza, tanto che quella successiva lo vede mettere a tabellino 7 reti e 3 assist in 20 gare. Nonostante ciò Farias inizia il suo declino a tinte rossoblù. Mancano i gol, iniziano i fischi e con questi i prestiti. Obbligo di riscatto in caso di salvezza sia a Empoli che a Lecce, luoghi dove fa bene ma senza che le squadre riescano a conservare la categoria. Andata e ritorno, andata e ritorno, ogni estate è quella del suo addio, finché gli Emirati Arabi chiamano, ma il mago non risponde.

Doppio simbolo

Il rifiuto di un trasferimento che avrebbe fruttato al Cagliari non pochi milioni diventa così il pomo della discordia. Per Farias non c’è più spazio in Sardegna, iniziano i ritiri da separato in casa, per lui nemmeno il 4-3-3 di Di Francesco può essere occasione di rilancio. La stagione con lo Spezia lo vede contribuire alla salvezza dei bianchi, l’ennesimo ritorno sembra l’anticamera di una cessione definitiva. Anche perché dopo anni di rinnovi e poche presenze, il contratto è prossimo alla scadenza. Il Cagliari però fatica sul mercato sia in entrata che in uscita. La creatività si trasforma in riciclo di chi, come Farias, passa da separato in casa a reintegrato improvvisamente per carenza di alternative. La cartina di tornasole della confusione, un giocatore con il foglio di via firmato, ma che entra in campo per alcuni spezzoni anche al posto di chi dovrebbe essere parte integrante della rosa. Una contraddizione in termini della quale Farias è il meno responsabile, nonostante gli errori, nonostante quel gran rifiuto, nonostante il suo addio sappia di liberazione per tutti. Simbolo un tempo della nuova gestione del presidente Giulini e oggi simbolo, ma di tenore opposto. Della confusione, di una lungimiranza che manca, delle contraddizioni. In fondo “nemmeno un trucco è cambiato, che se il mondo cambia qualche mondo non cambia mai”.

Matteo Zizola

 

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