agenzia-garau-centotrentuno
Mazzarri-Cagliari-Serie A

Cagliari: Mazzarri e gli arbitri, tra protocollo e cultura sportiva

Scopri il nostro canale su Telegramle-notizie-di-centotrentuno-su-telegram
eclipse-cagliari

“Rigore è quando arbitro fischia” è forse la citazione più famosa tra le tante che ha regalato Vujadin Boskov al calcio italiano. Erano altri tempi, le telecamere in numero decisamente inferiore a oggi e il VAR un’idea biscardiana lontana dall’avverarsi.

Opportunità
La sconfitta del Cagliari contro la Roma ha lasciato l’amaro in bocca a Walter Mazzarri. Il tecnico rossoblù non ha usato mezzi termini per esprimere il proprio disappunto per le decisioni del direttore di gara Pezzuto. “Ci sono stati degli errori arbitrali evidenti”, queste le parole dell’allenatore di San Vincenzo nel post partita della Unipol Domus, per poi reclamare anche per il mancato intervento del VAR sul contatto tra Mancini e Pavoletti nell’area giallorossa. Dichiarazioni che hanno messo in secondo piano la prestazione della sua squadra, concentrandosi sull’operato di Pezzuto in maniera forse fin troppo eccessiva. Non solo, ma la richiesta di intervento da parte del VAR è, di fatto, errata nella sostanza. La tecnologia, infatti, è regolata da un protocollo che, piaccia o meno, non dà margini di intervento su casi come quello del presunto fallo del difensore giallorosso sul centravanti livornese. “Un VAR può assistere l’arbitro solo in caso di chiaro ed evidente errore o di un grave episodio non visto”, questo quanto riportato a pagina 153 del Regolamento del Gioco del Calcio. Il caso specifico lascia aperte diverse interpretazioni e, proprio per questo motivo, non può essere considerato un grave ed evidente errore, in pratica un oggettivo calcio di rigore da assegnare. Pezzuto, inoltre, era in pieno controllo visivo dell’azione e quindi anche la seconda discriminante – il grave episodio non visto – va a decadere.

Var o moviola?
In Italia è abbastanza evidente la confusione tra VAR e moviola in campo. La tecnologia, infatti, deve fungere da supporto all’arbitro per situazioni oggettive e che non diano adito a interpretazioni differenti. Il calcio è uno sport di contatto e, va da sé, non ogni tocco di un avversario può essere considerato un fallo da punire. Se poi si entra nel campo dell’intensità di un intervento, soprattutto nel caso delle cosiddette spinte, la valutazione resta totalmente in mano al direttore di gara. Questo perché le telecamere non possono dare risposte sulla forza o meno di un contatto, mentre l’arbitro ha maggiori possibilità “dal vivo” di valutare l’entità. Si è anche discusso su un possibile intervento del VAR in occasione del calcio di punizione fischiato in favore della Roma per il fallo di Lykogiannis su Zaniolo, con la conseguente realizzazione da parte di Pellegrini per il due a uno finale. Anche in questo caso il protocollo è chiaro ed esclude l’intervento della tecnologia. Sono infatti quattro le fattispecie nelle quali il VAR può richiamare l’arbitro alla cosiddetta on-field review. Rete segnata/non segnata, calcio di rigore/non calcio di rigore, espulsione diretta, scambio di identità. Gli interventi, fallosi o meno, che avvengono fuori dall’area di rigore restano a totale discrezione del direttore di gara senza che il VAR possa intervenire. Il VAR non è l’equivalente della moviola in campo e difficilmente lo sarà mai. Verrebbe penalizzato lo svolgimento lineare di una partita, si arriverebbe a vivisezionare ogni contatto tra due giocatori perdendo, di fatto, la velocità del gioco. Al contrario in futuro potrebbe arrivare il challenge, ovvero la possibilità per una squadra di chiedere l’intervento del VAR per un numero limitato di volte all’interno dei 90 minuti.

Troppi rigori?
Il rigore è una cosa seria, o meglio dovrebbe esserlo. In Serie A, lo dicono i dati, si è arrivati a un pericoloso circolo vizioso nel quale gli attaccanti cercano il contatto più che la segnatura, l’arbitro punisce troppo severamente ogni piccolo intervento e il VAR entra troppo spesso in gioco. Il numero di rigori assegnati nel massimo campionato italiano è esorbitante rispetto agli altri tornei europei più importanti, tanto che su 100 partite disputate in 10 giornate sono ben 48 quelli decretati dai direttori di gara, una media di 0.48 a gara. In Premier League sono stati assegnati meno della metà in media, 21 in 90 partita (0.23 a gara), nella Liga spagnola 39 in 106 (0.37), in Bundesliga 23 in 81 (0.28) e in Francia 34 in 110 (0.31). Più che assegnare il rigore per la spinta di Mancini su Pavoletti, in sostanza, il punto focale è quanti ne sono stati decretati in maniera eccessiva per contatti leggeri nelle prime dieci giornate di Serie A. Sono quelli per i quali che l’ex arbitro Luca Marelli ha reso popolare il termine “rigorini”, ovvero decisioni sì legittime, ma fin troppo severe.

Una possibile soluzione alle polemiche, che comunque difficilmente spariranno, sarebbe una maggiore comunicazione a livello mediatico da parte dell’AIA, l’Associazione Italiana Arbitri. Spiegare le decisioni urbi et orbi, non a caldo ma almeno il giorno successivo, facendo così in modo di creare conoscenza anche tra il pubblico, oltre che rasserenare il clima tra gli addetti ai lavori. Un passo sarebbe però necessario anche da parte degli allenatori che, troppo spesso, sembrano non conoscere né regolamento né protocollo VAR e che così portano ulteriori discussioni senza basi solide. Il VAR non annullerà mai gli errori e la discrezionalità, spiegare le criticità di alcuni episodi però aiuterebbe, e non poco, a togliere un po’ di dietrologia.

Matteo Zizola

 

Al bar dello sport

6 Commenti
Inline Feedbacks
Vedi tutti i commenti