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Giovanni Simeone in azione

Cagliari, quanto manca il piano B

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Il Cagliari che inizia oggi il ritiro a Coccaglio proverà a mettersi alle spalle i problemi degli ultimi mesi con l’obiettivo di trovare la svolta domenica al Bentegodi contro il Verona.

Maran cercherà in questi giorni di ricostruire un gruppo che presenta difficoltà soprattutto mentali, ma anche tattiche: sarà così compito del tecnico trovare la quadra per uscire dal tunnel che ha portato alle dieci partite senza vittorie. L’aspetto psicologico ha avuto sicuramente il suo peso, partendo dal finale di Lecce e passando per la gara contro la Lazio e da ultimo il gol di Cornelius in Cagliari-Parma, così come alcune assenze non hanno di certo aiutato Maran a ritrovare l’ancora di salvataggio in mezzo alla tempesta. Quelle che appaiono come giustificazioni legittime di fronte ai risultati possono però diventare alibi che nascondono i limiti di un gioco che è rimasto uguale a se stesso con il passare delle giornate di campionato. Il Cagliari nel momento d’oro della stagione aveva rappresentato una sorpresa, ma una volta raggiunti i piani alti della classifica non ha più potuto sorprendere gli avversari di turno giocoforza consapevoli dei punti di forza di Nainggolan e compagni: pesa così l’assenza di un piano alternativo, sia nello schieramento che soprattutto nell’atteggiamento. La squadra piano piano ha smesso di agire nell’impostazione della gara e nel suo svolgimento, preferendo piuttosto reagire e modellarsi su chi aveva di fronte senza mai provare a imporre le proprie qualità e perdendo via via la foga agonistica e la sfrontatezza viste, ad esempio, contro la Fiorentina.

I dati d’altronde non mentono, il Cagliari è davanti alla sola Spal per numero di passaggi completati negli ultimi venti metri, cross esclusi, con una media di 5,43 a partita (dato Wyscout) che confrontati con i 13,87 dell’Atalanta danno il peso delle difficoltà in fase offensiva. Allo stesso tempo non è confortante il dato relativo ai passaggi concessi nella stessa porzione di campo, con i rossoblù settimi con ben 9,43 di media a gara, graduatoria guidata ancora una volta dall’Atalanta con soli 5,30. La coperta così non è quindi semplicemente corta, ma ridotta: la squadra di Maran attacca poco nell’area avversaria e concede tanto, i risultati non possono che esserne logica conseguenza: l’atteggiamento mentale e tattico sembra essere la causa principale, il baricentro sempre più basso, la poca aggressività che limita così le caratteristiche positive del maranismo, ovvero il recupero del pallone nella metà campo avversaria grazie alla conquista continua delle seconde palle. I rossoblù sono vittime della paura di subire, non sporcano più il gioco altrui mantenendo le linee alte e corte e così non riescono più a usare l’arma delle ripartenze veloci e le caratteristiche dei propri cursori come Rog, Nández e Simeone: le mezzali bloccate, concentrate sul chiudere gli spazi e mai sull’aprirli, i terzini che spingono raramente, gli avanti chiamati a lunghe corse per mantenere l’equilibrio perdendo così le forze per incidere davanti alla porta. L’esempio lampante della mentalità che punta più sullo stallo che sull’azione è stato l’utilizzo di Pisacane come esterno destro di difesa contro il Napoli, mossa che soprattutto dal punto di vista psicologico ha dato un segnale di resa anticipata: quando un terzino non attacca mai l’avversario quest’ultimo non fatica mai in copertura e ha sempre piene forze per spingere creando un circolo vizioso, la paura appunto, che porta la squadra a non esporsi mai.

La sfida che vedrà Maran affrontare Juric domenica sarà la definitiva, e forse ultima, prova del nove per l’allenatore trentino: una sconfitta sancirebbe forse la parola fine alla sua avventura in Sardegna, ma il recente passato insegna che giocare per salvare la pelle alla caccia del punto che fa classifica aumenterebbe le probabilità di perdere gara e, a questo punto, anche la panchina.

Matteo Zizola

 

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