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Cagliari, tra garra e vetrina: quale dimensione per Nández?

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Unico a salvarsi, o quasi. Corsa, voglia e il classico fallo di frustrazione figlio del vorrei ma non posso. Ancora meglio, del vorrei ma sono solo. Nella sconfitta del Cagliari in casa contro l’Empoli Nahitan Nández è stato sicuramente il più appariscente. Per volontà, per dedizione, per grinta. Appariscente però non sempre vuol dire efficace, migliore non sempre vuol dire funzionale.

Protagonismo
Messa da parte l’estate turbolenta, il numero 18 rossoblù ha voglia di mettersi in vetrina. Forse anche troppa. Non che il dare tutto fino all’ultima goccia di sudore possa essere sbagliato, anzi, ma a volte dipende anche da quanto il tuo massimo sforzo sia inserito nel contesto di squadra e quanto, al contrario, possa essere fine a sé stesso. Contro l’Empoli Nández è stato il giocatore del Cagliari che maggiormente ha provato a incidere, almeno lasciando spazio alle sensazioni emotive. Uomo ovunque, la fascia destra arata, le sterzate e le contro sterzate a ubriacare l’avversario di turno. L’uomo in più, anche se la torta della quale avrebbe dovuto essere la ciliegina è risultata inconsistente. E quando la squadra manca è difficile vincere da soli le partite, a maggior ragione se non sei il classico numero dieci di fantasia, ma un ottimo giocatore che però ha bisogno dei compagni per luccicare. Resta il dubbio se siano stati proprio i compagni a mancare oppure sia stato proprio Nández ad andare per la propria strada, a volte, se non spesso, ignorando chi gli stava intorno. Voglia di fare che è diventata voglia di strafare, i compagni ubriacati dalle sue finte quanto se non più degli avversari, tempi di gioco smarriti per la smania di insistere nella giocata individuale.

Finte e controfinte
Non è un caso che la migliore occasione del Cagliari, il palo di Keita, sia arrivata dai piedi del León. Così come non è un caso l’altra faccia della medaglia, quella del pallone servito al senegalese partito non dopo le continue finte e controfinte viste fino a quel momento, ma con un’incursione alla quale ha fatto seguito la giocata immediata al centro dell’area. Non è un caso nemmeno il dato generale della squadra, sia per chilometri percorsi che per tipologia di possesso palla. I rossoblù non hanno corso meno degli avversari – 107.7 km contro i 108.6 dell’Empoli – ma sicuramente hanno corso peggio. E soprattutto hanno sviluppato il gioco più attraverso la conduzione della palla che attraverso i passaggi. Il Cagliari con il 61% di progressioni palla al piede e il 31% di palloni serviti a un compagno, l’Empoli l’esatto contrario. Nández, in questo contesto, è stato la cartina di tornasole del tutto. Sfera portata avanti con lunghe corse, serpentine provate e spesso riuscite, ma poco gioco di squadra e poco utilizzo del centrocampo. Non solo per poca volontà, ma anche per l’assenza di compagni pronti a dettare il passaggio, anche se il León spesso non è sembrato propenso all’appoggio. Infine la corsa continua, ma più appariscente che reale, viene rispecchiata dai numeri dei chilometri percorsi individualmente. Marin è in testa alla speciale classifica nella gara contro l’Empoli con 12.5, Nández distante ben un chilometro e mezzo dal compagno con 11.

Nández dunque come esempio dei motivi di un Empoli che ha sovrastato il Cagliari alla voce collettivo. Da un lato i toscani, pronti a sviluppare la manovra stimolando tutti i centrocampisti e con l’attiva partecipazione di esterni e punte. Dall’altro gli uomini di Mazzarri, più portati alla soluzione personale che a quella collettiva, più concentrati su se stessi che sul bisogno di essere squadra. L’esatto contrario di quanto visto contro la Lazio, una questione non solo fisica, ma anche di testa e dunque di mentalità. In vista del Napoli sarà l’atteggiamento a dover essere rivisto da Mazzarri, impegnato a raccogliere i cocci di un gruppo di singoli che stenta a diventare coeso e squadra vera. Solo raggiungendo obiettivi di squadra le individualità possono esaltarsi.

Matteo Zizola

 

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