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Cagliari, tra salvezza e fallimento: le cartoline (da non ripetere) della stagione

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Una camminata all’indietro, dal primo piano alla visione più distante dell’immagine. Nel tempo e nello spazio, cambia il punto di vista e cambiano i contorni, la chiusura, il primo fotogramma partendo dalla fine a rappresentare il riassunto del tutto.

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La realtà dei numeri
Semplice e anche un po’ banale l’ultima gara del Cagliari. Una sconfitta, la diciannovesima della stagione, che rovina la felicità per una salvezza acchiappata con le unghie e con i denti. Eppure, fermo restando l’importanza della permanenza in Serie A, ci sarebbe poco da festeggiare. Non solo per il numero di gare con gli avversari usciti vincitori, ma perché più si torna indietro nel tempo e nello spazio più l’immagine si fa sfuocata, la salvezza un traguardo definibile come il minimo indispensabile. D’altronde quella che si chiude è la seconda peggior stagione per numero di punti dell’era Giulini. Solo in quella della retrocessione del 2015 il bottino raccolto fu inferiore, con la differenza che il valore tecnico ed economico di quel Cagliari – e di quelli venuti dopo – era decisamente inferiore a quello attuale.

Carta canta
Cragno, Godín, Nainggolan, Marin, Nández, Joao Pedro, Pavoletti, Simeone. Basterebbero solo questi nomi per raccontare la dimensione del fallimento tecnico che la salvezza ha nascosto sotto il tappeto delle emozioni e della rivalsa. Se si vogliono però spazzare via i dubbi allora quel tappeto va sollevato per mostrare la realtà dei numeri impietosi. Un monte ingaggi da parte sinistra della classifica, un valore della rosa che se non comparabile agli stipendi ci si avvicina parecchio. Risultato finale un sedicesimo posto con vista sul diciassettesimo, due allenatori, due direttori sportivi, nessuna chiarezza.
Attribuire le colpe al solo progetto tecnico fallito targato Di Francesco sarebbe eccessivo. Certo, il tecnico abruzzese ci ha messo tanto del suo, ma gli equivoci prescindono dal suo operato. Così come Leonardo Semplici non è un eroe pur nel successo dato dal risultato finale. Il suo Cagliari era nelle sabbie mobili al suo arrivo, ne è uscito momentaneamente, ci è tornato con lui in panchina finché il destino degli ultimi minuti contro il Parma ha cambiato il corso degli eventi. Fermarsi all’immagine in primo piano, senza allontanarsi dallo schermo per mettere a fuoco ogni pixel, diventa un rischio nel valutare il tutto senza condizionamenti.

Questione di testa
La chiusura la merita la società. Il Re non è nudo, ma nemmeno coperto di tutto punto. La scelta di Di Francesco aveva una propria logica che si è smarrita mano a mano che la fine del mercato estivo si avvicinava. La scelta di Pierluigi Carta sulla stessa falsariga, un successo qualora le cose fossero andate per il meglio, un errore clamoroso nelle difficoltà. È mancato il piano a, mentre il piano b è stato intrapreso con colpevole ritardo seppur giusto in tempo. Non tanto Semplici, o meglio non solo, ma anche Capozucca. Ogni decisione sacrificata sull’altare della battaglia tra ego contrapposti, prove di forza e bluff che stavano per vedere sconfitto solo il Cagliari e non chi partecipava alla lotta. Il futuro verrà deciso nei prossimi giorni, Semplici o non Semplici, Ranieri o chi per lui. E la sensazione è che anche oggi come allora non manchino le schermaglie. Gli errori sono stati tanti, la salvezza un traguardo importante, ma tutto sarà stato vano se dalla stagione appena conclusa non si trarranno i giusti insegnamenti. Al contrario non conterà chi sarà il prossimo comandante al timone, conterà soltanto l’umore dell’armatore.

Matteo Zizola

 
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