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Dinamo Sassari: i messaggi di Sardara tra parquet, panchina e futuro

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Prima di aprire i microfoni, in sala stampa si presenta Battle, che la partita l’ha giocata bene. Non importa però, perché è Stefano Sardara a decidere di parlare e l’ex Syracuse torna dritto negli spogliatoi. Niente di punitivo, così come non lo è il ritiro per parola del presidente, ma dietro la scelta c’è la volontà di mettere sul tavolo delle certezze in un momento in cui sembravano essercene poche.

Il futuro della squadra
Giocatori e allenatore hanno bisogno di tranquillità e di trovare un’identità, ha detto il presidente iniziando il suo discorso. E non era certo un mistero. Le facce di più atleti e alcune conferenze stampa post-partita hanno messo in evidenza il momento complesso della Dinamo dentro e fuori dal campo. Le parole del GM Pasquini in settimana, in cui la Dinamo era descritta come ancora indietro rispetto a quello che la dirigenza si aspettava, avevano fatto suonare l’ultimo campanello di allarme e circolare le prime notizie su un possibile avvicendamento in panchina. I problemi tecnici rilevanti, nonostante alcune partite positive, sono rimasti gli stessi per lungo tempo: poco gioco in transizione, difficoltà offensive a difesa schierata e tante complicazioni nelle letture difensive, soprattutto quelle su pick&roll centrale. Tuttavia, contro Ludwigsburg il Banco ha reagito bene, collaborando sia in attacco ma soprattutto in difesa, con i tedeschi che sono restati per la prima volta sotto gli ottanta punti fatti in BCL. Segno di un lavoro che esiste e che il presidente ha riconosciuto blindando il coach ex Torino da cui ha deciso di ripartire dopo il ciclo Pozzecco. La vittoria di BCL resta però una una prima tappa. Le partite contro Tortona e Napoli, matricole terribili della LBA, saranno decisive per capire se Sassari si sia effettivamente ritrovata. E in queste partite si comprenderà anche il destino di Anthony Clemmons: sulla questione del play-guardia passaportato kazako il presidente non si è soffermato, parlando solamente di una scelta tecnica dell’allenatore a cui la società dà completa fiducia. Il mercato, come confermato da Pasquini, è monitorato senza isterismi. Lasciare un componente del quintetto base per tutta la gara in panchina può essere un segnale molto chiaro. Se la Dinamo dovrà fare una scelta sul futuro dell’uomo arrivato per sostituire Marco Spissu non potrà però aspettare troppo tempo: quella di Sassari è una piazza appetibile, che offre ancora l’opportunità di giocare in Champions League e la possibilità di prendere parte a un campionato ormai importante come quello italiano, ma modificare in corsa non è mai semplice e alcune squadre hanno già fatto la loro mossa – vedi Napoli con Pargo. Inoltre, la Dinamo, come la maggior parte delle altre squadre di LBA, in questo momento non sembra in grado di pagare ingenti buyout: un fatto che taglia una parte di opportunità in sede di acquisto.

Il futuro della società
Le parole di Sardara sono state però importanti anche dal punto di vista societario. L’annunciata uscita di scena per la fine dell’annata potrebbe essere anche rinviata, anche di tre anni. Il presidente sassarese ha chiarito di non avere intenzione di lasciare in balia delle onde la società, dopo che per undici anni non ne ha mai lasciato andare il timone. I progetti di vita personali potrebbero essere così posticipati se nessuno sarà in grado di proporre un progetto che accompagni e sostenga la Dinamo, società che per l’imprenditore sassarese «è costruita e ragionata per fare in modo che continui senza di me». Alla porta si sarebbero affacciati anche dei lupi, che tuttavia da piazzale Segni avrebbero ricevuto una sonora una risposta. Senza lasciare intendere di chi si tratta, anche Sardara ha voluto mettersi in mezzo alla lotta per rendere la risalita meno ripida. La possibilità di una permanenza va presa con le pinze ma le parole del numero uno della Dinamo portano verso due panorami ugualmente importanti: uno societario, in cui Sassari sembra rimanere una priorità, dall’altra di squadra e di staff, perché le parole post Ludwigsburg danno sicurezza – almeno momentanea – all’allenatore e tolgono dal groppone del gruppo squadra pensieri e problematiche superflue quando si calca un parquet.

Matteo Cardia

 

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