Lisbona e Sassari, un legame…a spicchi

La storia di due studenti sassaresi nella capitale portoghese grazie al programma Erasmus, protagonisti del torneo di basket universitario.

L’Europa, quel posto che dalla Sardegna sembra così lontano e irraggiungibile e che un Erasmus a Lisbona può far diventare casa. Perché l’Erasmus elimina quei confini decisi da altri, unisce i popoli, è l’essenza stessa della libertà. Lo è nelle storie di persone che non si sarebbero mai potute incontrare in altro modo, in serate ricche di nuove conoscenze di cui da un momento all’altro e senza capire perché non si può più fare a meno, come può esserlo su un campo di basket di un’università portoghese, grazie ai canestri di due ragazzi sassaresi. E con loro la bandiera dei Quattro Mori sempre presente tra gli spalti, ormai conosciuta da tutti i compagni di squadra. Esportata nel mondo come a ridarle quella dignità di cui troppo spesso è stata privata.

Fabrizio ed Emanuele, di Sassari e con la passione per la pallacanestro, quasi un cliché, nella città che il suo nome lo promuove nel mondo proprio grazie a questo sport. Giocano per la squadra della loro Università di Lisbona e ormai sono diventati imprescindibili. Basta vederli, totalmente immersi in una realtà portoghese dove le differenze sono solo quelle scritte su una carta d’identità. La grinta che mettono in campo è il riflesso della vita che inseguono, tra un recupero difensivo ed un rimbalzo conquistato a spallate contro avversari dotati di masse muscolari più importanti delle loro. L’Erasmus può portare in Portogallo anche un po’ di Nunzia Serradimigni, prima allenatrice per entrambi ai tempi dello Sportissimo, dove hanno mosso insieme i primi passi, pur giocando in due annate differenti. C’è un po’ anche di Emanuele Rotondo, idolo di Fabrizio, che ha sempre giocato con la 12 in suo onore. Stavolta era già occupata, e allora la scelta è ricaduta sulla 13, il numero più vicino. C’è Jiri Hubalek, che oltre ad essere stato un’ala straordinaria della Dinamo che vinse l’A2 era anche il modo in cui i compagni di squadra chiamavano Emanuele fino a qualche anno fa.

Non c’è solo la Dinamo, ma c’è anche il Sorso, la Robur, la Terzo Tempo, i Nurakes e tutte le squadre dove hanno giocato. In quelle corde vocali lasciate libere di vibrare dopo ogni punto conquistato, in una lingua mista a sassarese, italiano e portoghese, c’è la voglia di rivalsa di Emanuele dopo un infortunio al quadricipite che lo ha fermato per troppo tempo o il ricordo dell’esordio a 17 anni in Serie C di Fabrizio con la Dinamo 2000. C’è un’isola lontana che ogni giorno piange come una mamma nel vedere i suoi giovani partire più per esasperazione che per volontà, in grado nonostante tutto di provare ancora orgoglio quando a rappresentarla sono i suoi stessi figli impegnati in un quarto di finale nel torneo universitario di Lisbona.

L’Erasmus ti insegna che sono le piccole cose a cambiare il mondo, una cena, un nuovo incontro casuale, una serata improvvisata, una palla a spicchi, una palestra e quattro amici con una bandiera. E che ogni storia, anche la più piccola e apparentemente comune, nasconde aspetti, fragilità e sogni che meritano di essere raccontati. Soprattutto per chi nei sogni ha il coraggio di crederci ancora

Oliviero Addis

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