Una bandierina del Cagliari calcio

Ma la Serie A in Sardegna è davvero possibile?

Un campionato di Serie A, o meglio quello che ne rimane dopo la pausa per l’emergenza coronavirus, giocato interamente in Sardegna. Questa la proposta fatta dal Comitato sardo per la celebrazione dei Grandi eventi. Un’idea che logicamente ha stimolato la fantasia degli appassionati di pallone dell’isola e soprattutto degli imprenditori, che vedono nello sbarco di 19 squadre professionistiche, con annessi staff, per un periodo di 45-50 giorni come una solidissima alternativa per una stagione estiva ormai compromessa dal Covid-19.

Le parole di Accardo

Tra i promotori dell’iniziativa c’è uno dei membri del Comitato, Francesco Accardo, secondo il quale: “La Sardegna è l’unica regione, anche rispetto alla Sicilia, che può effettuare un controllo agli accessi portuali e aeroportuali conoscendo nel dettaglio i reali dati di chi arriva e parte. Questa capacità di controllo può essere utilizzata per garantire la regolarità della fase 2″.

Niente clima Mondiale

I tifosi, oltre alla suggestione della prima ora, vedrebbero comunque pochi vantaggi dal “trasferimento” dell’intera Serie A sull’isola. Stadi a porte chiuse, ritiri blindati e nessun incontro con i supporter. La possibilità anche solo di fare una foto con il proprio beniamino supera i limiti del consentito. E su questo aspetto le società dovranno riflettere molto perché il distacco fisico, che è alla base della passione nel mondo del calcio, potrebbe portare effetti negativi enormi nei mesi futuri sul merchandising e affini all’industria del pallone. Il paragone dunque con il Mondiale di Italia ’90, che è stato portato da alcuni, non è fattibile. Non solo dal punto di vista organizzativo, come si vedrà, ma persino da quello emotivo e di impatto sull’isola e sull’eventuale spinta alla ripresa economica delle piccole attività della Regione.

Il problema stadi

Il punto critico di questa idea sono le strutture. Trovare 19 strutture ricettive super blindate con campi di allenamento, palestre, spogliatoi, area ristorazione e area congressi per le sedute tattiche nell’isola pare un’impresa. Il Cagliari da questo punto di vista è abbastanza sereno perché ha un centro sportivo dove fare un mini-ritiro isolato dal resto della città e per parte dello staff che non rientra nei 35-40 posti letto di Asseminello ci sarebbero le adiacenti strutture alberghiere di Assemini. Anche trovando 19 hotel con campi e strutture ideali per evitare i contagi il problema principale restano gli stadi. Il Comitato ne ha individuato tre in tutta l’isola, senza però indicarli. Un numero sinceramente un po’ basso per concludere in tranquillità il massimo campionato di calcio italiano. Se escludiamo la Sardegna Arena, che comunque è una struttura provvisoria in teoria, l’isola è dotata quasi esclusivamente di stadi datati e fatiscenti. A Sassari il Vanni Sanna ha subito diverse critiche dalle squadre cittadine (Torres e Latte Dolce) in stagione per le condizioni del terreno di gioco e per gli spazi comuni ormai obsoleti. Pare difficile vedere Cristiano Ronaldo e soci rincorrersi nella casa delle sassaresi. Piccolo passo in avanti con Olbia. Ma al Nespoli, così come in altre realtà del calcio isolano tra Serie D ed Eccellenza, il problema principale sono gli spogliatoi e le aree comuni. Piccoli spazi, poche alternative e necessità continua di sanificazioni degli stessi impianti, anche perché con tre stadi per tutta la Serie A si giocherebbe praticamente ogni giorno. E i terreni sardi in piena estate potrebbero reggere delle gare quotidiane? Gli stadi potrebbero essere regolamentati in deroga unicamente per l’accoglienza di sportivi e accompagnatori, oltre che per la trasmissione delle gare in tv. Vero, ma questa idea sembra lontana dalla realtà delle strutture sportive sarde che non avrebbero bisogno di pesanti rifacimenti prima ancora che di piccoli aggiustamenti. Una bella idea, ma con la Sardegna che forse potrebbe accorgersi di non essere stata brava da questo punto di vista a farsi trovare pronta.

I punti favorevoli

Detto questo, esistono alcuni punti favorevoli per la Sardegna come unica regione per la Serie A. Di base non ci sarebbero spostamenti troppo rilevanti, perché le società dal proprio ritiro andrebbero direttamente in pullman allo stadio senza la necessità di usare treni o aerei. Inoltre sull’isola, dati gli spostamenti ridotti e controllati con le altre regioni, sarà – forse – più facile gestire la fase 2 dell’emergenza coronavirus. Insomma, sarebbe interessante vedere una Serie A interamente giocata sull’isola ma forse la Sardegna nonostante una simpatica iniziativa non può al momento rispondere presente. Anche perché, esclusa la realtà Cagliari, gli ultimi anni del calcio sardo a cavallo tra professionismo e dilettantismo non parlano di momenti di prosperità.

Roberto Pinna

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