Olbia, paradosso e orgoglio assente

Per l’Olbia una stagione anonima in classifica ma con diversi pregi strutturali a livello di progetto tecnico e societario. Ma la piazza non sembra accorgersene né apprezzare…

La stagione dell’Olbia non ha certo entusiasmato. E’, anzi, stata certamente (e non di poco) al di sotto delle aspettative, per stessa ammissione del presidente Alessandro Marino che aveva parlato di obiettivo playoff per l’Olbia più forte della sua gestione. Tante le vicende, tecniche e non, che hanno influenzato un cammino diventato presto tortuoso e mai foriero di soddisfazioni, se non sporadiche.

Detto di una classifica che ha collocato i Bianchi nel limbo tra chi può godersi una post-season e i disastrati di un torneo disastroso per tutto il calcio italiano, è opportuno fare una riflessione su quelli che sono i pregi del progetto Olbia e che passano sotto silenzio, quando non nell’indifferenza dell’intera piazza. Il tutto ricordando come gli obiettivi si possano fallire, non per forza riconducendo il tutto alla malafede di chi li fissa e quindi cerca di perseguirli.

L’Olbia, infatti, è di gran lunga la società con la rosa più giovane del calcio italiano, con un’età media addirittura inferiore a quella Juventus Under 23 che avrebbe dovuto essere la punta di diamante dell’era delle squadre B, prontamente abortita nel bizzarro (eufemisticamente parlando) scenario di un pallone italico giunto davvero alla frutta. Resta, però, il fatto che l’Olbia abbia portato da anni l’idea che si possa fare calcio davvero con i giovani (molti dei quali sardi), non solo a parole. Una linea verde totale e reale, tra le tante difficoltà che questo comporta, visto lo scotto da pagare in termini di esperienza.

Bellodi (difensore di alto livello che non ha praticamente mai sbagliato) in Nazionale Under 19, Biancu e Caligara anch’essi in orbita azzura. Fiori all’occhiello di una gioventù non fine a sé stessa, ma strutturata per puntare a far crescere degli elementi che possano davvero recitare un ruolo da protagonisti in cadetteria o, magari, in Serie A. E, soprattutto, un progetto tecnico portato avanti senza barare, a differenza di chi tra una penalizzazione e l’altra riesce sempre a farla franca contendendo a chi fa le cose per bene un piazzamento in classifica.

Ma di tutto questo, di una città e una squadra che si appresta a vivere il quarto campionato di fila nel professionismo, al pianeta cittadino olbiese sembra importare poco. E i numeri inerenti gli spettatori al “Bruno Nespoli”, in calo progressivo nel corso dei mesi fino alle pochissime unità delle ultime settimane, sono eloquenti. Una indifferenza cresciuta costantemente tra snob e scetticismo, condito da critiche feroci. Perché si può sbagliare pur facendo molte cose buone, ma il pubblico (e un certo pubblico!) è abituato a fare la bocca buona e a stancarsi in fretta. Sbagliando.

Matteo Porcu