Antonio Langella e Ciccio Esposito esultano dopo un gol | Foto Cagliari Calcio

PINTURAS | Antonio Langella

Pinturas: ritratti di uomini normali e straordinarie imprese.

Sorso è un paese di quasi quindicimila abitanti, affacciato sul Golfo dell’Asinara, nell’antica regione della Romangia nel nord Sardegna. Gente dal carattere notoriamente estroso e, in mezzo a loro, un signore napoletano che fa avanti e indietro dalla penisola, da buon rappresentante di biancheria.
Siamo negli anni ’80: la sua famiglia a casa ad aspettarlo durante ogni viaggio, papà Aniello e il suo lavoro lontano da Napoli, mentre il piccolo Antonio inizia a dare i primi calci al pallone.
Nel 1986 i Langella prendono una decisione. Basta con quelle trasferte continue fra un mare e l’altro, preparano le valigie e via per sempre da Napoli. Antonio ha nove anni: lui, nato il 30 marzo del 1977, gioca nei pulcini della squadra partenopea e il suo idolo è quello di tutti i napoletani, Diego Armando Maradona.
Il 5 luglio del 1984 Aniello è allo stadio con Antonio, è il grande giorno in cui la storia del Napoli e di Napoli cambierà per sempre e non solo nel calcio. Un ragazzo con folti ricci viene presentato di fronte a decine di migliaia di tifosi in festa al San Paolo, i Langella guardano ammirati – come tutti – i palleggi del nuovo giocoliere argentino arrivato da Barcellona.
Antonio è, ovviamente, tifoso del Napoli. E quel giorno ancora non conosce le conseguenze del suo amore per gli azzurri: la Sardegna è solo quell’isola dove il padre viaggia per lavoro, il calcio un gioco per divertirsi e sognare un futuro lontano dalle strade, a calcare quello stesso campo in cui il Dio dei napoletani scriverà pagine di storia.

“Pronto, sono Gigi Riva”

Il 7 febbraio del 2005 è una data speciale per Antonio Langella.
Sono le 9.30 del mattino. La nottata è stata di quelle da ricordare: i bagordi con gli amici a Porto Torres dopo la vittoria del pomeriggio contro il Lecce al Sant’Elia. Ore piccole, insomma: a letto solo due ore prima.
Squilla il telefonino. Antonio frastornato risponde, dall’altra parte c’è il mito assoluto della squadra di cui veste la maglia, il Cagliari.
Gigi Riva, accompagnatore della nazionale, gli vuole comunicare che l’azzurro lo aspetta: Cassano si è infortunato e Lippi ha scelto lui per sostituirlo.
Antonio pensa a uno scherzo.
“E io sono Superman”, dice. Telefonata chiusa e via di nuovo a dormire.
Dopo dieci minuti il telefono squilla di nuovo. È proprio vero, è Gigi Riva: non è uno scherzo di qualche amico buontempone. Via di corsa a Cagliari, aereo per Coverciano e all’orizzonte l’amichevole contro la Russia proprio al Sant’Elia. Con lui il suo amico e compagno Ciccio Esposito, il prepartita con il ritiro della maglia numero 11 del mito, la maglia dell’Italia, l’inno, l’ingresso nella ripresa e un gol sfiorato.
Un sogno che si avvera.

L’Allenatore: Bernardo Mereu

Eppure c’era chi gli disse che sarebbe potuto arrivare in alto. Che sarebbe bastato mettere la testa a posto, pensare al calcio come a un lavoro e allenarsi, allenarsi duro. Ad Antonio la fatica non piace tanto, preferisce il divertimento agli allenamenti. Ma sulla sua strada incontra un allenatore, per i sardi l’Allenatore con la A maiuscola, che vede in lui un giocatore dal sicuro avvenire se e solo se…
Bernardo Mereu è l’icona dei tecnici isolani. È lui al timone di quel Castelsardo che in Serie D lotta per la salvezza e nel quale muove i primi passi Antonio Langella. Ha sedici anni quando inizia a giocare per quella piccola realtà, ne ha 22 quando, dopo aver seguito i consigli del suo mentore, riceve la chiamata della Torres: ora si fa sul serio, i dilettanti sono il passato. Certo è la C2 e non la Serie A, ma è già qualcosa.
Quando Gigi Riva lo chiama quel mattino del febbraio 2005, Antonio non ci pensa due volte: la prima telefonata è per Bernardo, il suo mentore, il primo che ha creduto in lui. Di acqua ne è passata sotto i ponti: solo sei anni prima il passaggio alla Torres, pronti via e campionato vinto, dalla C2 alla C1 e il calcio che conta che si avvicina di un gradino.

Mattone su mattone, corsa e forza: come quando per qualche mese fa il muratore, Langella costruisce la sua carriera, un po’ in ritardo rispetto alla normalità. La C2 a 22 anni, la C1 a 23, la voglia di arrivare nonostante per lui il calcio sia solo puro divertimento: i 90 minuti della partita da vivere a 100 all’ora e stop, niente ansia da prestazione, niente tensione, “giochiamo questa gara dando tutto e poi via fino alla prossima”.
Dopo Mereu è Bebo Leonardi a dargli la consapevolezza nei suoi mezzi: in campo è una furia, sbaglia tanto, ma semina ancora di più il panico nelle difese avversarie. Non è un goleador, ma segna. Non è tecnicamente eccelso, ma serve i compagni alla perfezione: con la sua corsa e il suo fisico ara la fascia sinistra e, quando è in giornata, “sono cavoli per tutti” dirà Arrigoni.

Con me, o contro di me

Con chi lo ha allenato, così come in campo, Antonio non è mai stato tipo da vie di mezzo: o con me o contro di me, o tutto o niente. Mereu, Leonardi, Reja, Arrigoni e Del Neri sono il lato luccicante della medaglia, ma l’altra faccia è oscura. Incisi ci sono i nomi di Ballardini, Giampaolo e, soprattutto, di Giampiero Ventura.
La sua carriera prende il volo quando quest’ultimo viene esonerato da Cellino: anno 2003-04, la corsa alla Serie A prende una curva pericolosa, via lui dentro Reja. Con Edy la promozione arriverà senza patemi e, con essa, i campioni non più da guardare alla televisione, ma da sfidare domenica dopo domenica.
La sua carriera si fermerà, scarpette appese al chiodo, quando accetterà la chiamata da Bari del suo vecchio nemico: rapporto brusco, vecchi problemi che tornano, fine del sogno a 33 anni.
E poi quei mondiali persi, quelli de “Il cielo è azzurro sopra Berlino”, o tutto o niente appunto: l’anno dopo Giampaolo lo vuole esterno destro nel suo 4-4-2 con le ali invertite, Antonio ci prova, ma alza bandiera bianca, perde il posto, poi la nazionale. Ci fosse stato ancora Arrigoni, chissà. Ma con quell’uomo arrivato da Ascoli e con le sue idee non riesce a far scattare la scintilla, tanto che la sua esperienza in Sardegna è destinata a finire presto.

Quel pasticciaccio brutto di via Coradduzza

Rewind: febbraio 2002. Il mercato di riparazione è appena terminato, Langella è stato a un passo dal trasferimento dalla Torres al Cagliari di Sonetti, ma alla fine salta tutto. Il sogno della Serie B è spezzato, tra incomprensioni e una carriera al bivio. La sensazione del classico treno che passa una volta sola e chissà se passerà ancora: due miliardi per la società, 300 milioni per lui, tutto andato in fumo.
Il 4 di quel mese a Sassari arriva l’Ascoli. Antonio ha la testa ancora altrove, parte in panchina, ma al 15′ del primo tempo il suo allenatore non può far altro che inserirlo dopo l’infortunio di un compagno. Dalla curva – riporta il cronista de La Nuova Sardegna – partono cori non proprio concilianti. “Noi non siamo cagliaritani”, qualche ululato di disapprovazione, con Langella in pasto al pubblico e a vecchie rivalità sportive mai sopite.
In tribuna papà Aniello non ci sta. La colpa di tutto è della dirigenza torresina, secondo lui anche quei cori sono fomentati da chi non ha voluto cedere suo figlio al Cagliari: scatta verso il settore occupato da Rinaldo Carta e Salvatore Sechi – presidente e vice – e volano stracci. Finché la tensione gli gioca un brutto scherzo e Aniello sviene. La situazione si fa surreale, la partita non conta più per nessuno. Al fischio finale il secondo atto: Langella senior aspetta sotto la tribuna Vip, e giù altri insulti, quasi si arriva alle mani, un altro svenimento. Il tutto mentre i tifosi aggiungono carico a carico. “Noi non siamo napoletani”, “Con Sassari hai chiuso”.

Le coup de theatre e Magic Box

L’essere partenopeo per la prima volta diventa una colpa. Un mix esplosivo con quel desiderio di andare dagli odiati avversari del sud Sardegna. Cosa accadrà se un giorno riuscirà ad attraversare l’isola? Anche a Cagliari, il Napoli è sinonimo di odio sportivo e, in più, lui arriva da Sassari: è davvero la scelta giusta?
Il mercato è comunque finito, l’idea è di ripensarci a giugno. Poi, però, arriva il colpo di teatro: le pieghe del regolamento permettono un trasferimento anche a mercato chiuso, spunta qualche carta ad hoc ed ecco che a marzo Langella finalmente corona il suo sogno. Il Cagliari lo preleva dalla Torres, ufficialmente a parametro zero, anche se cosa sia successo nella realtà nessuno forse lo saprà mai.
La prima volta è un’amichevole a Nuoro per un trofeo di beneficenza, con di fronte la nazionale dell’Iraq. Quella stagione si chiuderà senza sussulti, con 5 presenze e zero gol. Il primo periodo in rossoblù (del Capo di Sotto) è ricco di tensione: gli ultras non lo accettano, il suo essere partenopeo e il periodo a Sassari sono un po’ troppo per i tifosi, ancora scottati dallo spareggio contro il Piacenza di pochi anni prima.
Quando inizia il campionato 2002-03 Langella non è titolare: la prima partita è al Sant’Elia e di fronte c’è proprio il suo Napoli. 14 settembre, una data che cambierà la storia di odio sportivo fra Antonio e la curva in una storia d’amore: entra a gara in corso, il Cagliari è sotto due a uno. Al minuto 83 la palla arriva appena dentro l’area e lui scarica un sinistro di potenza che sfonda la rete avversaria. L’esultanza sfrenata, il primo gol in B, nessun freno nonostante di fronte ci sia l’altra metà del suo cuore. Ma Langella è così: o tutto o niente e quello è il momento del tutto.
Partita dopo partita Antonio è pronto per l’anno 2003-04, quando come compagno arriva Gianfranco Zola. Magic Box ha qualcosa in comune con Langella: un passato alla Torres, Napoli, l’arrivo a Cagliari. Ma Zola è un campione, un simbolo di un’intera regione, un baronetto che ha fatto innamorare Londra. Antonio, invece, allora è un onesto mestierante che a spallate si è conquistato la ribalta e nulla più.
Ma i sardi lo portano in alto, dopo Mereu tocca a Zola. Chissà senza Gianfranco cosa ne sarebbe stato della sua esperienza nel calcio che conta: filtranti perfetti, le sue caratteristiche diventano oro con quel numero dieci ad assecondarle e lui, Esposito e Suazo esplodono grazie alle magie del più illustre compagno.

Il Langella-day

Langella però non può giocare in Serie A, dice qualcuno. La pensa diversamente Daniele Arrigoni, arrivato al posto di Reja prima della nuova stagione nella massima serie: come non utilizzare quella freccia al proprio arco? “Siamo una neopromossa, il contropiede è la nostra arma, quei tre con Zola a innescarli possono essere letali”.
E infatti: il 14 novembre del 2003 è il giorno che resterà nella memoria per sempre, il Langella day. Al Sant’Elia arriva l’Inter, di fronte Adriano, Stankovic e soprattutto un muro difensivo difficile da abbattere, Materazzi-Cordoba-Burdisso. Antonio, però, grazie al suo passato da manovale di muri se ne intende e, colpo su colpo, scorribanda dopo scorribanda, abbatte i nerazzurri. Un gol, un rigore procurato, un assist per il compare Ciccio Esposito.
Il nome di Langella esce dai confini sardi. Piano piano anche il CT Marcello Lippi se ne accorge e la nazionale arriverà qualche mese dopo: prima la Russia a Cagliari, poi l’Islanda, quindi a giugno il torneo in America con un’Italia sperimentale. Contro l’Ecuador Antonio fa il Langella: il mondiale dell’anno dopo non è un’utopia, solo il suo carattere e lo scontro con Giampaolo gli toglieranno un sogno che forse sarebbe potuto diventare realtà.

L’esperienza fuori dall’isola

Antonio non è mai uscito calcisticamente dalla Sardegna, ma ora è arrivato il momento: ecco la chance Bergamo, con una grande stagione all’Atalanta con Del Neri in panchina. Un fugace passaggio senza mai sostare da Udine, quindi il Chievo e infine il Bari. Ma la nazionale no, quella non arriverà più.
Il calcio diventa solo un ricordo, una strada percorsa a cento all’ora senza compromessi, sempre con il sorriso, la voglia di scherzare e di non essere omologato. Nella memoria restano i momenti belli e quelli brutti: il pallone calciato sulla telecamera appesa al cielo del Delle Alpi, l’amicizia con gli uruguaiani Lopez e Abeijon, la scazzottata con Tedesco per difendere l’onore del compagno.
L’affetto di chi ha giocato con lui che resta immutato, la leggenda della pallonata a Giampaolo, la macchina parcheggiata alla bene e meglio ad Asseminello. La MotoGp da guardare nel prepartita di nascosto da Cellino, quando la tensione normalmente ammazza chi deve scendere in campo. Ma non lui, ché il calcio dura 90 minuti in cui dare tutto senza pentimenti.

Langella resterà per sempre ArroguTottu (per i non sardi: “spacco tutto”), anche ora che fra la sua associazione sportiva, il centro estetico e la braceria chiusa vive nella sua Porto Torres con gli amici di sempre attorno. Con la sua risata contagiosa sempre pronta e i video che gli ricordano di quando faceva ammattire le difese avversarie.
Napoli, Sassari e Cagliari nel cuore: perché Antonio Langella ha reso l’impossibile possibile.

Matteo Zizola

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