#2 | Essere sardi in continente

Ultimo Tango a Cagliari | Memorie, suggestioni, deliri in rosso e blu. A cura di Andrea Valentini.

Ovvero: non potersi consolare a vicenda quando le cose vanno male

Sono un sardo in Continente da 18 anni.
Più della metà della mia vita, l’ho passata lontano dalla Madre Patria.
Il che significa mimetizzare il proprio accento, per non farsi chiedere ogni volta “Sardo sei?!” col il tono canzonatorio di chi scimmiotta Willie, il bidello dei Simpson.
Significa spiegare a chiunque non consideri la nostra terra (poiché considera solo il mare) che Cagliari è una città stupenda, figlia di tutte le sue contaminazioni, dove puoi godere senza dover necessariamente raggiungere il Poetto od altre spiagge più o meno rinomate.
Significa spiegare che l’Ichnusa, noialtri, la conoscevamo quando era ancora un prodotto underground, che il mirto che compri al supermercato è buono, certo, ma mai come quello che fa tuo nonno.

Significa – se non sei un pusillanime – tifare per il Cagliari, mentre tutti i tuoi compagni di scuola, o colleghi di università o lavoro, sostengono impronunciabili strisciate del Nord.
Per cui, tu arrivi sempre dietro tutti.
Ti bei di un pareggio allo Juventus Stadium, di una vittoria all’Olimpico, di uno o due giocatori convocati in Nazionale…ma la classifica ti riporta sempre alla cruda realtà: metà della metà classifica, quando va bene.

E allora vaglielo a spiegare, che a te non interessa.
Vagli a spiegare che, durante l’ingresso in campo, vedi quei ragazzi con i Quattro Mori stampati sul cuore e senti di aver già vinto.
Senti che la partita può andare a farsi fottere, perché loro non avranno mai la nostra IDENTITÀ.
Capisci che il loro lunedì, pur vittorioso, non avrà mai lo stesso valore del tuo, dopo aver fatto risultato in una città i cui abitanti fatturano il triplo di quanto riesca a fare tu.
Ti sembra che i tuoi ragazzi, quando vestono quella maglia a quarti rossoblù, provino delle sensazioni che gli erano estranee prima di approdare in Sardegna: vuoi per il calore della gente, vuoi per la storia, vuoi per il tifo, vuoi per il clima.
Intuisci che certe partite, in primavera, le hai vinte già nel sottopassaggio che porta al terreno di gioco, quando i 22 gradi soffocano loro ma non noi, che anzi, quasi quasi abbiamo freddo.

Essere del Cagliari è un atto di fede?
Sì, certo, ma è anche un privilegio.
Una scelta che rende fieri i nostri nonni, i nostri padri, che farà scattare la scintilla negli occhi dei nostri figli.
Essere figli di un dio minore, mai disposto ad umiliarsi al cospetto dell’élite dell’Olimpo.
Soffrire quando i nostri colori non vengono rispettati, onorati, glorificati.
Ovvero, il 90% delle domeniche.

Ma quando succede?
Aaah, quando succede.
Non c’è storia, capire tu non puoi / tu chiamale, se vuoi / emozioni.
Io le chiamo riscatto sociale.
Ho sentito dire che il calcio sarebbe solo un gioco. Beato chi ci crede.
Il gioco del calcio è amore, passione, campanilismo, rivalità, sportività, bilancia dello stato d’animo di ognuno di noi.
Ma che ne sanno, di quando vinciamo uno scontro salvezza e andiamo a lavoro contenti?
Che ne sanno, in verità, di quando cantiamo per 90 minuti e ci sentiamo partecipi dell’esito di qualcosa che non dipende da noi, come se fossimo artefici della nostra sorte nel rettangolo di gioco?

La prossima volta che vi chiedono perché siete del Cagliari, amici miei, non sprecate fiato.
Non perdetevi in chiacchiere.
Loro non potranno mai comprendere.
Godiamoci la nostra antica maniera di essere diversi, orgogliosamente, ostinatamente, eternamente.
Perché le cose, sul campo, possono anche andare male.
Ahinoi, lo sappiamo bene!
Ma il succo del discorso, casteddaius, è che chi tifa Cagliari non perde mai.

Avanti Casteddu!

Andrea Valentini