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Leonardo Pavoletti esulta dopo il gol allo Spezia | Foto Alessandro Sanna

Cagliari, Pavoletti: “Mi era stata tolta la fiducia! Ossigeno con Semplici”

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Leonardo Pavoletti, uno dei grandi protagonisti della risalita del Cagliari, ha parlato a “Il Cagliari in diretta” su Radiolina. L’attaccante dà un giudizio della stagione e, senza mai nominarlo, dimostra la differenza di trattamento da quando c’era Eusebio Di Francesco.

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«Diciamo che ci avevano fatto veramente il funerale», esordisce Pavoletti parlando del momento del Cagliari. «Non voglio dire ingiustamente, ma ce la siamo cercata tante volte. Però, nel momento critico, ci sono due cose da fare: o scappi e sfracelli una squadra, o fai l’uomo e rimani a combattere. Noi, per fortuna, abbiamo scelto la seconda e stiamo facendo cose incredibili. Sono veramente fiero della squadra: abbiamo riunito uomini, non calciatori. Certe partite le vinci con gli uomini, non è più la tecnica o altro: è il cuore che ti unisce al compagno. Se facciamo questa salvezza, che ci crediamo, saremo fratelli per tutta la vita perché è un’impresa che credo pochissime squadre abbiano fatto nella storia».

Pavoletti parla del punto più basso: «Col Verona, secondo me, l’avevamo preparata molto bene. Non ricordo quanti tiri in porta abbiamo fatto, si fece la partita giusta ma era ancora il periodo in cui ci girava male. Finita quella partita abbiamo capito che insieme ci saremmo salvati, ma se anche fosse andata male si sarebbe retrocessi tutti insieme. Avremmo fatto tutti schifo, retrocedendo, e sentendo questo capisci le persone. Ci siamo stretti nelle difficoltà, per non prendere un secondo gol, ma sapevamo che uniti ci saremmo difesi meglio. Questa è una squadra che ha qualità, se ha un tempo o altro di difficoltà sappiamo che devi fare di tutto per difenderti. Poi il Cagliari qualcosa prima o poi crea, a parte ieri, ma si è visto che nel campionato crea. Si è vista la compattezza della difficoltà, l’abbiamo creata schiaffo dopo schiaffo: ci sono serviti, questo ci ha creato qualcosa dentro che ora è difficile tirarci giù».

Cagliari-Fiorentina di ieri non è stata certo la partita più divertente del campionato, anzi. Pavoletti trova comunque qualcosa da salvare: «Dovevamo vincere. Tanti parlano di biscotto e mi fa malissimo, perché a noi un punto serviva a poco. Sì, ci aumenta la possibilità della salvezza, ma noi volevamo vincere. Sono sicuro che la settimana pre-Benevento, e anche dopo la partita, abbiamo speso tante energie fisiche e mentali. Ieri volevamo vincerla, oggi volevo essere in vacanza come tutta la squadra. Purtroppo non è andata, però anche nelle difficoltà fisiche avevamo di fronte una Fiorentina tosta che si è difesa undici dietro la palla. In Serie A è dura, se fisicamente non riesci a essere al meglio, però abbiamo preso questo punto e i risultati della serata ci hanno avvicinati ancora di più alla salvezza».

Anche per Pavoletti ci sono due volti nella stagione, e uno riguarda l’arrivo di Leonardo Semplici: «È sempre importante avere la fiducia, soprattutto quella che mi era stata tolta nella prima parte della stagione era quella umana nello spogliatoio. Sapete quanto tengo al Cagliari, quanto tengo a quello spogliatoio. Quando ti iniziano a fare fuori, soprattutto umanamente, poi anche il calciatore Pavoletti fa fatica. Il mister è arrivato qui, la prima cosa che mi ha detto è che per lui ero importante e che mi voleva ributtare dentro al progetto. Solo quello mi ha dato una boccata d’ossigeno: ho pensato che se mi metteva in campo avrei dato un braccio per tutti. Mi ha ridato quello che mi mancava dopo un anno difficile, per il lungo infortunio, e sei mesi dove entravo per cinque minuti. Mi è servita una parola per farmi risentire dentro al progetto: quello mi è bsatato. Poi il mister ha fatto scelte giuste, instaurato un buon rapporto con tutta la squadra. I risultati non sono un caso, nel bene e nel male derivano da tanti fattori e l’allenatore è importante».

Pavoletti indica una partita chiave, per lui oltre che per la squadra: quella di Crotone: «Sì, sì. Poi posso parlare alla squadra e aiutare, ma se non fai i fatti in campo conta meno. Anche l’importanza nello spogliatoio, se non è messa in campo, non serve: cosa si parla a fare? Per fortuna io, come mi ha rimesso in campo, in quella partita ho fatto gol e preso un rigore. Era sei mesi che non era titolare, da lì piano piano è iniziata una catena con i compagni, che ci credevamo alla salvezza. Però per dimostrare in campo uno deve rendermi in condizione di farlo. Uno come Pavoletti è importante: due anni, belle prestazioni e gol, poi bastava arrivasse qualcun altro e non ero più importante dentro lo spogliatoio».

Pavoletti non ha dubbi sul suo attaccamento a Cagliari e alla Sardegna: «È naturale, qui chiunque viene si innamora di questa terra. Poi ognuno ha il suo tenore di vita, ma nessuno può parlare di questa terra, di questa città e di questa squadra. E pure della società, che vedo margini di miglioramento e progettuali devastanti. Come si fa a non voler giocare nel Cagliari? Da qui in avanti, se non sbagliamo le scelte, il Cagliari diventerà una realtà sempre più prestigiosa. Io ne voglio far parte, e questo mi faceva male. Ho comprato casa a Cagliari, ma viste le mie condizioni dei primi sei mesi qualche pensiero l’ho fatto, sono sincero. Dopo un anno fermo altri sei mesi, se le cose fossero andate bene, mi avrebbero dato un altro anno di panchina. Io, a trentadue anni, non mi posso permettere di giocare cinque minuti a partita. Vero che potrei stare in panchina, però devo anche essere messo nelle condizioni che se sto bene posso giocare. Dico la verità: ci sono state delle voci di mercato, più o meno vere, dove il discorso era andato un po’ avanti. Poi per fortuna è andata come volevo».

Sulla precedente gestione, quella di Eusebio Di Francesco, il commento non è certo lusinghiero: «Il problema era che stava passando il messaggio che Pavoletti non giocava perché non stava bene. Io non me lo perdonavo, perché stavo benissimo. A parte il primo mese, dove era comprensibile, ma nessuno aveva detto che dovevo giocare. Sapevo di dover aspettare il mio momento, ma poi fisicamente quando in allenamento dimostravo di esserci volevo essere preso in considerazione. Però mi sembrava che non ci fosse questa voglia di mettere Pavoletti al pari degli altri. Nella mia carriera mi spolvero le spalle quando esulto per quello, perché non mi ha mai regalato niente nessuno. È vero che qui mi conoscevano, e magari un occhio di riguardo ci poteva essere, però si gioca a pallone e si pensa a quello. Do il massimo, e come ho dimostrato quando mi hanno rimesso in campo con un po’ di continuità ho fatto del mio meglio per la società e per l’allenatore. Poi a volte ci riesci e a volte no, però ho cancellato quei sei mesi: basta. Si impara anche da quello, forse mi ha dato motivazioni in più. Però passava il messaggio tante volte che Pavoletti non giocava per la condizione e il ginocchio. Giuro: al ginocchio non ho avuto un problema tutto l’anno. È quello che mi faceva male: se passava il messaggio che stavo male alle ginocchia avevo finito la carriera. La scelta tecnica non la discuto».

Pavoletti svela di avere una dieta particolare: «Ho iniziato da un anno. Mangio pesce, legumi, formaggi e ho trovato dei benefici molto importanti, sinceramente. Ieri ero proprio stanco, volevo mangiarmi i difensori e di solito protesto e rido. L’arbitro Mariani a fine partita mi ha aspettato e mi ha detto che non mi riconosceva più, perché non avevo mai protestato (ride, ndr). Poi, con quella squadra tutta dietro, era dura: mi sono detto che era meglio non prendere ammonizione e difenderci bene. Poi infatti all’ultimo punizione brutta e rischiavano di fare gol, avessimo perso si sarebbe detto che potevamo fare un punto. Invece l’abbiamo preso e adesso andiamo a fare guerra a Milano».

C’è una dedica speciale, per Marko Rog appena rientrato: «Oggi gli si è fatto un bell’applauso. Poi lui è molto timido, quando è entrato in sala stampa tutti applausi. Quando la svolta? Credo con l’Inter, la prestazione con l’Inter. Il Torino vince la sera prima con l’Udinese, su rigore in una partita brutta. Secondo me lì ci siamo sentiti male, abbiamo detto che si rischiava veramente tanto. Da lì ci siamo concentrati più sull’avere l’atteggiamento giusto e fare la prestazione, che i punti. Da lì abbiamo visto che con l’atteggiamento facevamo delle prestazioni buone, e ci siamo aggrappati a quello. Poi, piano piano, con la qualità che c’è in questa squadra e l’unico pensiero di stare vicini prima o poi avremmo vinto. Vincere porta entusiasmo, fai tre vittorie in una settimana e pensi di essere forte. A Napoli loro si attaccano a quel fallo su Godín, ma abbiamo avuto più occasioni. A Benevento vinci 1-3, loro si attaccano al rigore ma cosa vuoi dire? Sono sei risultati utili…»

Milan-Cagliari di domenica è decisiva per la salvezza. Pavoletti non la vede come fatta, ma si augura sia la partita della festa: «Noi ora ce le godiamo tutte le partite. Il Milan starà benissimo, hanno anche loro un obiettivo. Ma noi abbiamo dimostrato che ci siamo: con quell’atteggiamento lì anche il Milan si renderà conto che incontrare il Cagliari ora non è bello. Poi il calcio va come deve andare, però siamo sicuri che faremo una grande prestazione. Vogliamo chiudere la pratica già domenica. Sicuramente questa è la stagione più intensa e più bella. Poi ogni stagione ha le sue sfaccettature, con ricordi positivi. Però difficile come questa, vicini a raggiungere l’obiettivo, credo che ci renda tutti persone migliori: sono convinto di questo. Chi retrocede? Non lo so, ma queste squadre vedevano il Cagliari dieci punti sotto e ora siamo sopra di cinque. Non l’avrei mai sognato, poi è stato bello perché tutta la società, dal presidente in giù, è diventata un blocco unico. È stato bello questo periodo».

In chiusura risponde ad alcune domande: «Pavoletti è scarso di piede? Vero, non sono il migliore, ma qualche gol l’ho fatto. Se la palla arriva a un metro da terra ci voglio andare sempre di testa (ride, ndr). Col Parma? San Alberto Cerri, al 97′ (ride, ndr). A fine partita è scappato dentro gli spogliatoi, emozionato: l’ho dovuto cercare! Quando fai un gol così importante, dopo un anno per lui molto difficile, ha avuto tante reazioni dentro di sé. La stava gestendo, ha avuto dieci minuti dove l’ha dovuto fare da solo, poi è arrivato e ci siamo abbracciati. La paternità? Sicuramente mi ha cambiato la vita. Non siamo mai stati molto girelloni, quindi stavamo molto a casa. Ci ha migliorato la vita».

La Redazione

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