Brava Dinamo, ma ora non accontentarti

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La netta e clamorosa sconfitta in Gara 7 non può cancellare quanto di buono costruito dalla squadra di Esposito prima e Pozzecco poi durante la stagione: ora, però, bisogna continuare su quella strada.

Perdere di 26 punti Gara 7, quella che ti può dare gloria e coronare una stagione già positiva, è una macchia pesantissima che difficilmente si cancella. A Venezia la Dinamo Sassari è arrivata a 21 minuti dal sogno scudetto, schiacciata dal caldo del Taliercio (che, per la cronaca, era uguale anche per la Reyer) e dallo strapotere tecnico e atletico dei ragazzi di coach De Raffaele, noto per l’abilità nel far giocare male le squadre avversarie. Ma, al netto del pesantissimo ko dell’ultimo atto, cui la Dinamo si era avvicinata nel miglior modo possibile con una clamorosa rimonta di due giorni prima, non si può certo non sottolineare la grande stagione di Spissu – ieri l’ultimo a mollare, con una forza d’animo encomiabile – e compagni. Il possibile double Scudetto-Europe Cup avrebbe reso ancor più storica un’annata approcciata con ottime aspettative, portata avanti con difficoltà durante la gestione di Vincenzo Esposito (e con l’infortunio a Scott Bamforth) e culminata con il ribaltone per opera di Gianmarco Pozzecco, personaggio unico nello sport italiano, arrivato a un metro da un clamoroso successo.

ROSA E STAFF TECNICO – La Dinamo ha dimostrato di essere una squadra forte in tutti i reparti: in Jack Cooley ha avuto il centro probabilmente più dominante della Lega come da anni non si vedeva, a lunghi tratti aiutato da un Rashawn Thomas in versione Nba. Così come gli altri stranieri, da Pierre a Smith, fino a Tyrus McGee, fermato sul più bello da un infortunio in allenamento che ha certamente influito sul suo rendimento ondivago nella serie playoff. Ma che non gli ha impedito di portare a casa la giocata più incredibile della serie playoff, una schiacciata clamorosa in faccia a Watt, centro della Reyer, dinanzi a uno stupefatto Cooley. Che dire, poi, dello zoccolo duro di italiani? Spissu, Gentile Stefano, Polonara: tutti autori di un’ottima stagione. Tutti, italiani e non, anche se alla fine risultano decisivi i passaggi a vuoto, accusati da questo o da quello, nei momenti decisivi. Tutti hanno brillato, o sono mancati, a intermittenza, fattore risultato decisivo in Gara 7 quando, in troppi, hanno marcato visita.Un numero beffardo su tutti: i 26 punti (quando il destino fa brutti scherzi…) e la prestazione del figlio di Nando al Forum di Assago contro l’Olimpia resteranno a lungo negli annali, oltre a rappresentare il manifesto di quello che è riuscito a creare Pozzecco in termini di tecnica, tattica ed empatia con ogni elemento. Anche per questo, aver chiuso così malamente, con la netta impressione di un calo prima mentale che fisico, fa male. E non si può farlo passare in secondo piano, se si vuole avere la mentalità da grande squadra tanto cara a un dirigente illuminato e davvero molto attento a tutti i dettagli come Stefano Sardara, deus ex machina del miracolo Dinamo, probabilmente molto deluso dall’amarissimo finale di stagione.

ORMAI UNA POTENZA DEL BASKET ITALIANO – Il pesante ko stride e non di poco con il mood che ha avvicinato la Dinamo a Gara 7: corsi e ricorsi storici facevano ben sperare ma, soprattutto, era la dimostrazione di forza data nel secondo tempo di Gara 6 al PalaSerradimigni a dare fiducia all’ambiente biancoblù. Così come la sensazione di dover cogliere un’occasione storica. Invece, il meno 26 ha sancito un crollo arrivato nel momento peggiore possibile. Una debacle inattesa che deve far riflettere tutto l’ambiente, tifoseria e dirigenza, in vista del futuro. Perché, inutile nascondersi dietro un dito, la Dinamo Sassari di quest’anno ha dimostrato di essere una potenza del basket italiano e da questa posizione di “potere” bisogna costruire già la prossima stagione. Partendo dalla conferma degli elementi più rappresentativi, al netto forse di un Thomas già molto corteggiato sul mercato estero. L’insegnamento del meno 26 deve essere uno e uno soltanto, con uno sguardo positivo: si può fare di più. Perché lo meritano i tifosi, dagli abbonati agli occasionali, molti dei quali tornati ad affollare il PalaSerradimigni come nel meraviglioso anno del triplete targato Sacchetti. Ecco, volendo avanzare una critica al passato, si può dire che forse allora mancò la fame di fare di più. La pancia piena, si sa, nello sport spesso porta ad annate negative (si pensi, nel calcio, all’Inter post Mourinho) o comunque meno positive della precedente. Così fu allora, con la Dinamo incapace di ripetersi e un pubblico che, per anni, ha snobbato spesso i biancoblù, accendendosi soltanto quando le cose sono tornate positive. Ma, tornando al 2019, questa volta la pancia è piena a metà. E c’è tanta fame di fare meglio. Lo Scudetto rappresenta di nuovo un “obiettivo agognato”, e non un “traguardo obbligatorio” come percepito dopo il trionfo del 2015.

CHAMPIONS LEAGUE DA ONORARE – Per questi motivi non si può e non si deve derubricare il flop in Gara 7 a un “Grazie lo stesso, ragazzi”. Non si devono cercare alibi per una sconfitta bruciante e che deve essere di lezione per il futuro. La Dinamo l’anno prossimo andrà in Champions League (prima coppa Fiba) e non in EuroCup (seconda coppa dell’Eurolega), dove il livello tecnico appare più alto ma senza il grande divario apprezzabile ai tempi della scissione tra le due leghe. L’esempio deve essere la Virtus Bologna, in grado di vincere l’ultima edizione, incassando ben 1 milione di euro di premio, che potrebbe tornare utile in fase di costruzione del roster per la prossima stagione (e non a caso si è parlato di un certo Teodosic). Parallelamente la Dinamo bisognerà andare avanti in campionato, inseguendo quello Scudetto che quest’anno è sfuggito solo all’ultima fermata. In un modo dolorosissimo, ma a volte le cicatrici (specie delle bruciature) sono utili a ricordare quello che è stato, in questo caso sarebbero lo sprone per fare ancora meglio. Le lacrime di un immenso Marco Spissu, il cui attaccamento alla maglia sarebbe da clonare e da diffondere a tutto il resto della rosa, andrebbero “vendicate”. A patto, però, che ci sia la giusta mentalità vincente. Perché, come direbbe Ligabue (un must nella playlist in diffusione al PalaSerradimigni) in Certe Notti, “Chi si accontenta gode, così così...”

Francesco Aresu