La formazione del Cagliari scudettato nell'album delle figurine Calciatori Panini 1969-70

#5cudett0, una fiamma da tenere sempre viva

Pubblichiamo il 13 aprile, in un giorno “qualunque”, il nostro editoriale per lo Scudetto 1970: perché l’impresa di quei bravi ragazzi, capaci di fissare nella storia il nome del Cagliari, va celebrata ogni giorno nella vita di tutti noi.

“E’ certamente una bella storia. Perché racconta di un intero popolo, quello sardo, che il 12 aprile 1970 toccò con mano la felicità. Il calcio italiano allora lo consentiva. Ogni manciata d’anni era come se venisse idealmente distribuita una sorta di wild card e c’era chi, con intelligenza, coraggio e fantasia (che allora bastavano) si inseriva nei cannibalismi sempre esistiti. […] Oggi scorre il miele su quell’impresa. Sbaglia chi parla di miracolo: perché fu un miracolo voluto, cercato, costruito e realizzato, assemblando un dream team che altri pensavano fosse costituito anche, se non soprattutto da scarti. Nenè svenduto dalla Juventus, Albertosi e Brugnera strappati alla Fiorentina in cambio di Rizzo, Domenghini scambiato con l’Inter per Boninsegna”.

Dice bene Marino Bartoletti sulla propria pagina Facebook a proposito del Cagliari scudettato 50 anni e un giorno fa. Tralasciando qualche dimenticanza (come Bobo Gori e il buon Poli nell’affaire Bonimba), non si può non essere d’accordo. Perché non si può definire un miracolo lo scudetto di una squadra che già un anno prima aveva sfiorato il tricolore, ma che soprattutto aveva già in rosa elementi titolari nella Nazionale azzurra (Albertosi, Domenghini, Riva) e, soprattutto, il più forte attaccante italiano di sempre. Un’impresa, sì. Ma, volente o nolente, il Cagliari di fine anni Sessanta era una big del calcio italiano, nonostante un blasone decisamente imparagonabile a Juventus, Inter e Milan, che si spartivano gli scudetti in quel periodo, con Fiorentina e Bologna a rompere l’egemonia delle tre squadre del Nord dopo l’epopea del Grande Torino di Valentino Mazzola. La forza del Cagliari crebbe in parallelo a quella di Gigi Riva: come lui, passato da aletta da Serie C a Rombo di Tuono in pochi anni, pure il club rossoblù riuscì a uscire dal pantano del calcio di secondo piano ritagliandosi un ruolo da protagonista nell’élite del pallone italico. E questa è storia, checché ne possano dire eventuali detrattori.

L’impresa dei rossoblù è più ad ampio respiro, è stata la punta dello sviluppo di tutto il contesto sportivo sardo: lo scudetto del 1969-70 ha dato (e consolidato) dignità a tutta la Sardegna, a livello nazionale e non solo, visto che il blocco cagliaritano a Messico 70 fornì visibilità mondiale al successo di Riva e soci. Sportivamente parlando, probabilmente, quella dei rossoblù ricorda più l’epopea della Sampd’oro di Vialli e Mancini rispetto allo scudetto del Verona di Bagnoli, per fare due esempi spesso accostati al Cagliari di Scopigno. Rossoblù e blucerchiati erano emblema di un progetto costruito negli anni, con un attacco fenomenale, più giocatori rivalutati (Nenè e Dossena, giusto per fare due nomi) uniti a una difesa rocciosa, guidata dai portieri della Nazionale di quel periodo (Albertosi e Pagliuca). La Samp ha vinto di più, ma lo scossone dato alla “piazza” e al “sistema” dai rossoblù è stato sicuramente di maggiore impatto. A tutti i livelli.

Dello Scudetto di Riva e Scopigno a Cagliari se ne parlerà sempre e per sempre. La grandeur cagliaritana è giustificata da quei magici anni Sessanta, sapientemente descritti dal regista Paolo Carboni nel suo Casteddu Sicsti. Una città che finalmente si mostrava all’Italia per quello che era, orgogliosa dei suoi ragazzi e con tutti i difetti dell’essere capoluogo di una regione perennemente terra di conquista dello straniero, allora come in passato e come, per certi versi, anche oggi. Per anni la proprietà del club in quel periodo è rimasta occulta, fino a quando non è stato più possibile celare il ruolo avuto dai grandi industriali del Nord Italia (e dai loro denari). Come allora, anche oggi il club è di proprietà di un industriale milanese che ha investito nell’isola in quegli stessi anni, come giustamente ricordato da Luca Telese nel suo recentissimo Cuori rossoblù. E dire che, all’inizio della stagione in corso, a tanti era venuto in mente di poter assimilare questo Cagliari a quello mitico, alla luce del mercato importante portato avanti dall’attuale dirigenza. Picchi emozionali ce ne sono stati eccome, basti pensare alle vittorie su Atalanta e Fiorentina, prima di un’incredibile involuzione che forse tra qualche anno potrà essere spiegata più esaurientemente rispetto a quanto fatto “dal vivo”, al netto poi del blocco dovuto all’emergenza Covid-19. Una situazione che rende ancora più eroica quella stagione, sempre più irripetibile. Ed è un peccato, perché incastonare nella memoria e nel mito un esempio di unione di intenti e guardarlo come un qualcosa che non tornerà più, per certi versi sembra quasi vanificare l’esempio di un gruppo di uomini guidato da un allenatore sui generis. Inutile provare a imitarli, tanto è una storia figlia di quei tempi e che non tornerà più.

Ma è davvero così? L’esempio testardo di un Riva (e di una proprietà) che rinuncia all’upgrade di carriera (e di stipendio) viene troppo spesso bollato come anacronistico, un gesto valoroso di un eroe che il calcio (e forse tutto lo sport) isolano non ha mai più visto. Ripensando a quel magico 12 aprile 1970 però, personalmente, dispiace. Chi scrive non ha potuto vivere quelle emozioni intense e, forse anche per questo, anelerebbe poterlo fare. Perciò la storia del Cagliari 1969-70 merita di essere rivissuta ogni giorno: una fiamma da tenere sempre accesa, a mo’ di memento per ricordarsi che non bisogna mai rassegnarsi a ciò che sembra ineludibile e che, invece, non lo è. Un esempio di lotta contro tutto quello che sembra scontato – come lo scudetto assegnato alle big 3 o, al massimo, alle romane – ma che non necessariamente lo è. Perché, al di là di celebrazioni e festeggiamenti, questo deve restare come insegnamento. Per rivivere, oggi come allora, lo stupore di farcela e la soddisfazione di superare i propri limiti. Sicuramente quel traguardo è servito da spartiacque nella storia di tanti sardi, al di là del tifo. La prova provata di una sorta di autodeterminazione agli occhi dell’Italia continentale. Senza dimenticare, però, che nei momenti decisivi erano sarde mani, anima e responsabilità: da Andrea Arrica negli anni dorati, passando per la cordata cagliaritana negli anni Ottanta, che lasciò il club ai fratelli Orrù e, successivamente, al ventennio abbondante targato Cellino.

E la bellezza, davvero impagabile, di sentire Gigi Riva da Leggiuno dire trionfalmente a 75 anni: “Sono diventato un sardo, ormai mi autodefinisco così: la Sardegna si meritava tutto questo”. Non lasciamo che la sua storia, come quelle dei suoi leggendari compagni, risuonino soltanto come il racconto di vecchi bucanieri, buono soltanto per i libri di storia. Un qualcosa di retorico e al limite del folkloristico, come spesso viene rappresentato sui media di oltre Tirreno. Perché, così facendo, il 12 aprile sarà soltanto un giorno di festa come un altro. Sarebbe un peccato non far attecchire in noi un po’ di quella cocciutaggine, secondo tanti innata nel popolo sardo, perfettamente messa in campo da una truppa di ragazzi provenienti da tutta Italia che, al di là della retorica, una patente di sardità se l’è ampiamente guadagnata.

Francesco Aresu

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