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Tommaso Giulini | Foto Valerio Spano

Cagliari: dagli slogan di marketing al silenzio, lo scudetto (quasi) dimenticato

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I dettagli sono quelli che fanno la differenza, a maggior ragione quando dalle grandi fanfare si passa al mesto silenzio. O, ancora peggio, a comunicati di circostanza, privi di coinvolgimento e usciti a serata inoltrata. Perché un conto sono gli slogan e un altro è ciò che si porta avanti quando l’eco dei grandi traguardi è ormai lontano.

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Gli eroi del ’70 – Non è una data qualunque il 12 aprile per il Cagliari. Il giorno in cui i rossoblù affossarono il Bari nel 1970 portando a casa il primo e unico scudetto della storia centenaria più uno del club. Una storia che è sempre utile ricordare, soprattutto quando sul campo le cose non girano come si vorrebbe. Facile trovare nei grandi anniversari la ragione per festeggiare, un po’ meno quando il percorso netto lascia lo spazio a semplici annate. I diciotto anni sono una cosa, i diciannove un’altra. E così lo sono i cento anni dalla fondazione del club e i cinquanta dalla vittoria dello scudetto. I cinquantuno però passano in cavalleria, come se non fossero importanti. Una notizia sul sito ufficiale che ha il freddo sapore del copia e incolla di tante altre, senza una contestualizzazione che possa dare un legame con le difficoltà attuali. E dire che, a nostra modesta opinione, l’occasione era più che ghiotta: usare la spinta del passato per provare a richiamare l’impresa da compiere nel presente, in nome di un futuro ancora nelle alte sfere del calcio italiano. Invece gli auguri di oggi, quasi “burocratici”, sembrano una pezza peggiore del buco delle ore passate nell’attesa di qualcosa di diverso.

La storia siamo noi –  Nessuno sposta il 12 aprile dal calendario rossoblù. È sempre lì, non si muove. Invece quella che sarebbe dovuta essere la prima cosa da ricordare soprattutto in tempi bui diventa sinonimo di un silenzio assordante di un’intera mattina e di un pomeriggio quasi completo. “Lo scudetto, i sardi nel cuore non hanno mai smesso di festeggiarlo. È una celebrazione trasmessa da padre in figlio, attraverso il susseguirsi di celebrazioni”. Parole di Tommaso Giulini esattamente un anno or sono, quando le candeline erano cinquanta. Eppure qualcuno sembrerebbe sì aver smesso di festeggiarlo, perché il colpevole ritardo con cui il Cagliari ha ricordato la propria tradizione (comunicato diffuso poco dopo le 18.30) non è passato inosservato. E ci mancherebbe altro, verrebbe da dire. Immaginate che vi svegliate il giorno del vostro compleanno e seduti al tavolo con la famiglia per colazione nessuno dica nulla. Così a pranzo. Passano le ore e ancora silenzio. Immaginate una festa a sorpresa, perché sarebbe l’unica cosa che giustificherebbe il distacco. Invece alla fine ciò che arriva è il classico e semplice augurio. Un intero giorno ad aspettare qualcosa che nulla ha di speciale.

A maggior ragione in una stagione disastrosa, affidarsi al sicuro porto del glorioso passato poteva essere il modo di trasmettere a un ambiente depresso (e in piena crisi di nervi) un messaggio di speranza. “È vero, siamo in piena tempesta: ma per provare a vincere le onde ci affidiamo all’intercessione sportiva dei grandi dello Scudetto”. Una preghiera laica nel ricordo dell’impresa di Gigi Riva e Tomasini, di Nenè e Albertosi, di Cera e Domenghini, di Martiradonna e Greatti, di Gori e Niccolai, di Zignoli e Mancin, di Reginato e Brugnera, di Poli e Nastasio. Cercando di rifarsi a quell’esempio di impresa (più a livello sociale che sportivo, come noto), per farne una, a suo modo storica, in questa prima parte di 2021.

Una terra. un popolo, una squadra. Poi, all’improvviso, la prima notizia che appare sui social del Cagliari Calcio è lo scarno report dell’allenamento giornaliero. Non in un giorno qualunque, ma il 12 aprile. Diventa davvero difficile aggiungere altro. Una squadra che è sull’orlo del dramma sportivo, ma che sembrerebbe anche essersi dimenticata dell’importanza delle ricorrenze. Se esiste un modo per descrivere la situazione del Cagliari di Tommaso Giulini e del rapporto ai minimi termini con la piazza ecco che è stato scelto, involontariamente, quello migliore. L’oblio della propria storia lasciata a un messaggio di puro nozionismo, dai toni sempre uguali a se stessi. Fare peggio era davvero difficile.

Matteo Zizola

 

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