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Joao Pedro contrastato da Skriniar | Foto Alessandro Sanna

Cagliari, le attese tradite di una squadra con poca anima

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C’è un sottile filo rosso che lega le parole di Radja Nainggolan alla vigilia della sfida tra Cagliari e Inter e quanto visto nella sconfitta poi maturata in campo per i rossoblù. “Servirebbero appartenenza e soprattutto uomini” la sentenza del Ninja nell’intervista alla Gazzetta dello Sport e contro i nerazzurri a mancare è stato anche, se non soprattutto, l’aspetto mentale.

Brutti senz’anima

Che sia un film – Brutti, sporchi e cattivi – o che sia una canzone – Bella senz’anima – il Cagliari di Agostini è una squadra a metà. Quella sbagliata. Sul grande schermo restano solo i brutti, nelle cuffie l’assenza di anima. Il risultato è una classifica specchio di un gruppo che per provarci ci prova ed è forse questo l’aspetto più preoccupante. “Credetemi, abbiamo dato tutto”, le parole dell’allenatore rossoblù più che un supporto sono una pietra tombale. Perché se davvero si è provato a mettere tutto ciò che si aveva, allora quel tutto è davvero poco. Ultima spiaggia, partita della vita, occasione per riavere il destino nelle proprie mani da portare a Venezia e rendere positivo nonostante tutto. La partita contro l’Inter avrebbe dovuto essere tutto questo e invece arrivano il campo e i dati a certificare una mancanza di competitività che non è stata nemmeno compensata dal classico cuore buttato oltre l’ostacolo. I dodici falli commessi – e i zero cartellini mostrati da Doveri ai rossoblù – sono lo specchio di una tensione agonistica durata fino alla conclusione di Marin al ventesimo del primo tempo. I 39 recuperi contro i 46 dei nerazzurri, nonostante un possesso palla da 62% degli ospiti contro il 38% dei padroni di casa, sintomo di una squadra che ha rincorso senza cavarne piede. E infatti i chilometri macinati dicono che il Cagliari ha corso più dell’Inter, anche se a guardare la partita non lo si sarebbe detto.

Gattopardo

La sconfitta contro l’Inter, fatte le dovute proporzioni, ha ricordato a grandi linee quella contro il Verona. Doppio svantaggio, difficoltà evidenti nella gestione della gara, improvviso gesto tecnico a rimettere la squadra in carreggiata, l’attesa di uno scatto d’orgoglio che potesse far sperare nella rimonta rimasto tale solo per pochi minuti. Da Joao Pedro su punizione a Lykogiannis con il missile da fuori area è cambiato tutto per non cambiare nulla. Un Cagliari gattopardesco, con un allenatore diverso, uno schieramento diverso, un undici diverso. Il risultato? Lo stesso, zero punti e tante, troppe ferite da leccarsi. Non è bastato nemmeno lo schieramento quasi completo della cosiddetta vecchia guardia che anzi, se si vuole, è rimasta ancora più impotente di chi li aveva preceduti nelle ultime settimane. Cragno incolpevole, ma Luca Ceppitelli la cui prestazione è simboleggiata dal passaggio leggero al proprio portiere che per poco non causa la frittata. Joao Pedro che si batte, ma che presto si perde nei meandri dei lanci e della forza nerazzurra. Pavoletti che non conclude una singola volta in porta e vede i cross arrivare in area interista solo una volta lasciato il campo. Senza dimenticare Carboni, per la seconda volta di fila rimasto a guardare, e Deiola che ha lasciato il posto a un Dalbert la cui presenza è difficilmente giustificabile.

In testa

I giocatori con le loro mancanze hanno indubbiamente tante responsabilità mentre Agostini, arrivato a tre giornate dalla fine, non può essere messo sul banco degli imputati. Ma se la squadra è una somma di interpreti che non fanno un gruppo, se “il Cagliari spesso si considera una tappa di passaggio, ma servirebbero appartenenza e soprattutto uomini”, se “si è sbagliato tanto e si pagano gli errori fatti” – Nainggolan dixit – allora non si può che tornare al punto di partenza. Alle decisioni di chi, di fatto, decide. A un presidente che è responsabile del proprio male e che dovrebbe, in fondo, piangere se stesso. L’elenco delle mancanze sarebbe fin troppo lungo, ma semplificando non si può non ricordare una stagione approcciata con un allenatore confermato di malavoglia e poi esonerato alla primissima difficoltà, il giocatore più pagato scaricato fin dalla prima conferenza stagionale per poi proseguire da separati in casa – ma comunque in campo – per cinque mesi, le colpe scaricate proprio su due calciatori specifici, il secondo allenatore difeso a spada tratta fino ad arrivare allo scontro quando ormai era troppo tardi, il voltafaccia estivo con Nainggolan per una mera questione economica salvo poi trovare i fondi per acchiappare all’ultimo la classica figurina per l’album stagionale. E così via.

Fondo

Ora non resta che restare appesi all’ultima speranza, quella dell’Udinese che onora il campionato a Salerno e quella, surrealmente più complicata, di un Cagliari che trova le residue forze di vincere a Venezia. Comunque vada sarà un insuccesso, perché pur se la salvezza sarebbe un regalo tutt’altro che meritato ma che avrebbe un valore indiscutibile, non si potrà nascondere sotto il tappeto un campionato fallimentare sotto tutti i punti di vista. Con un massimo possibile di 32 punti il peggiore per la società rossoblù in Serie A da quando si è passati da diciotto a venti squadre. Come nemmeno l’anno della retrocessione con Zeman, Zola e Festa in panchina. Perché, in fondo, quando speri di trovare sempre tre squadre peggiori di te e giochi con il fuoco può anche succedere che tra le tre peggiori ci sia tu. Senza nemmeno rendertene conto, continuando a ripetersi – e a farsi ripetere dagli avversari – che il Cagliari, in fondo, non ha una rosa da bassa classifica. Poi, però, c’è la realtà, quella alla quale non si può mettere l’anello al naso, quella che ti guarda con i quattro punti in undici partite, quella che ti fa ascoltare i cori di contestazione di un pubblico che non ha mai fatto mancare il proprio apporto. È qui la vera sconfitta, aver tolto quasi ogni speranza a chi ha raschiato il fondo del barile pur di restare vicino alla squadra. Ed è sempre più difficile farsi amare nuovamente da chi si è sentito tradito.

Matteo Zizola

 

Al bar dello sport

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