Eusebio Di Francesco nella panchina rossoblù | Foto Alessandro Sanna

Cagliari: ma il cambio in panchina servirebbe davvero?

Il pericolo è lì, dietro quell’angolo rappresentato da un crocevia chiamato Torino. Lasciare o raddoppiare non passa dalla domanda di un gioco a premi, ma dal risultato che arriverà dalla retorica dell’ultima spiaggia.

Promesse – Che la partita contro i granata di Nicola sia importante lo dice la classifica, lo dicono le 15 gare senza vittoria, lo dice quel singolo punto nelle ultime nove di campionato. Il Cagliari, e soprattutto Di Francesco, hanno bisogno di vincere. Non solo l’allenatore rossoblù, ma anche il presidente Giulini che, in caso di un’altra sfida senza i tre punti, si troverà davanti a un bivio nel quale si è messo con le sue stesse mani. Perché il post Genova, il rinnovo dal sapore mediatico all’allenatore, quella dichiarazioni d’intenti su una discesa tutti insieme – giocatori, tecnico, nessuno escluso – potrebbero essere stati un boomerang. Se il Cagliari dovesse perdere o comunque non vincere contro il Torino diventerebbe difficile continuare con Di Francesco in panchina, ma il presidente rossoblù sarebbe disposto a esonerare il suo tecnico, di fatto cancellando quanto detto in precedenza? L’alternativa sarebbero le dimissioni, capra e cavoli salvate, la faccia di Giulini che ha rispettato la parola data e quella di Di Francesco che metterebbe sul tavolo un gesto quasi atteso dalla proprietà.

E dopo? – Un futuro ipotetico con il tecnico abruzzese che lascia la Sardegna, a quel punto ci sarebbe da decidere il post. E un mondo si aprirebbe, perché tolto il Ballardini di Genova non sembrerebbe che altrove chi ha cambiato abbia trovato l’America, anzi. Senza dimenticare un altro aspetto, quello delle colpe di Di Francesco che sì esistono, ma sono pari ai tentativi di cancellare un’etichetta da integralista messa da parte per salvare il salvabile. La squadra è sembrata con il suo allenatore, lo hanno detto le sfide contro Lazio e Atalanta. Un cambio porterebbe, forse, una sterzata, ma non c’è la controprova. Normalizzare, pensare alla sostanza più che alla forma è qualcosa che Di Francesco ha portato avanti da solo, come se un nuovo allenatore si fosse già messo al comando pur avendo lo stesso cognome del predecessore. E poi c’è una questione economica che non si può dimenticare, quello stipendio non da poco che tra tecnico e staff chiuderebbe alcune porte a chi è al momento a spasso. Sempre che, ovviamente, non sia Di Francesco a salutare. Mazzarri, Montella, Donadoni, Semplici, perfino Andreazzoli, nomi che hanno preso corpo una settimana sì e una no mentre Di Francesco si mostrava camaleontico e voglioso di cambiare pelle per salvare la sua, di pelle.

Contro il Torino una sfida di fronte a uno dei subentranti di questa Serie A, ancora a secco di vittorie da quando ha rimpiazzato Marco Giampaolo. Davide Nicola ha inanellato quattro pareggi in quattro partite, tre in rimonta – Benevento, Fiorentina, Atalanta – e uno zero a zero contro il Genoa. Una mezza sterzata, non quella che forse si aspettavano dalle parti di Torino. D’altronde anche gli altri subentranti non se la passano benissimo, Ballardini escluso ovviamente, da quel D’Aversa in bilico a Parma a Prandelli che ha sì ritrovato le vittorie, ma si è di nuovo perso nelle ultime gare. Il Cagliari cerca ancora di difendere la propria scelta anti Gattopardo, perché “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Al contrario, se si vuole che la situazione migliori, ecco che forse cambiare sarebbe un’altra finta panacea di tutti i mali.

Matteo Zizola

 
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