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Cagliari, Mazzarri riuscirà a darti finalmente un’identità?

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In un vecchio spot pubblicitario il poeta Tonino Guerra pronunciava una frase ancora oggi cult: l’ottimismo è il profumo della vita. E ottimismo è quello che ha chiesto Mazzarri alla vigilia della sfida contro il Venezia. All’ambiente – tifosi e stampa – e ai suoi giocatori.

Ripartire da zero

Dopo il pareggio contro i lagunari il Cagliari, assieme al suo tecnico, si interroga. Ci sono elementi per seguire l’invito all’ottimismo di Walter Mazzarri o, piuttosto, la strada fin troppo in salita non invita a guardare avanti con speranza? I rossoblù sono in fondo alla classifica, unica squadra della Serie A che non ha ancora vinto una partita. Guardando al calendario, inoltre, delle sette gare disputate ben quattro sono state giocate alla Unipol Domus e tutte contro dirette concorrenti per la lotta salvezza. Risultato? Due punti su dodici. Questi elementi non possono certamente invitare all’ottimismo, anzi. D’altro canto, però, restano ancora 31 partite da disputare e, per quanto ora appaia in salita, la strada da percorrere è ancora tanta e l’obiettivo non irraggiungibile.

Sosta benefica

Solo uno è il fattore che Mazzarri non potrà modificare almeno fino a gennaio, la struttura della rosa. Un gruppo costruito senza una visione d’insieme, in ritardo di condizione anche per la natura degli acquisti e con infortuni che non hanno aiutato, ma che possono anche essere considerati una logica conseguenza. Lavorare con il materiale a disposizione è dunque un obbligo, la sosta il primo momento in cui il tecnico di San Vincenzo potrà provare a portare a regime le cosiddette seconde linee, oltre quei giocatori come Strootman apparsi in difetto di tenuta fisica. I viaggi dei nazionali, su tutti gli uruguaiani, non aiutano, ma è anche vero che i vari Carboni, Nández e Marin – per citarne alcuni – sono apparsi quelli meno bisognosi di una revisione al motore. La partita contro il Venezia ha però dato dei segnali che possono sì indurre all’ottimismo, al netto dei soliti difetti mostrati soprattutto nella ripresa.

Piccole luci

Sprazzi di calcio alla Mazzarri non sono mancati nei primi 45 minuti contro i lagunari. Intanto la pressione sulla zona del pallone in fase di non possesso, con il tentativo – fino a che gambe e testa hanno retto – di recuperare la sfera nella metà campo avversaria chiudendo gli avversari sui lati. Le transizioni offensive, inoltre, hanno pagato i dividendi con il gol di Keita e sono apparse a tratti anche in altre occasioni, come quando Marin ha colpito il legno e nelle due conclusioni fiacche di Deiola. Anche dal punto di vista difensivo le prestazioni di Caceres e Carboni sono state di ottimo livello, così come Deiola è apparso migliorato rispetto alle uscite precedenti. Keita, infine, ha fatto ciò per cui è stato portato in Sardegna, il gol. Si è visto un principio di identità di gioco, ancora troppo poca, ma che lascia una base da cui partite. Identità che però ancora non è definita, tanto da rendere impossibile descrivere quella del Cagliari da troppo tempo a prescindere dagli allenatori passati sulla panchina. Come giocano i rossoblù? Quali sono i principi? Esiste una direzione? Come se la squadra seguisse le stesse incertezze della società. Tanto che un avversario non trascendentale è diventato sempre più pericoloso con il passare dei minuti e dai pro evidenziati dal vantaggio si è passati ai contro che hanno portato al pareggio.

Vecchi problemi

Un dato su tutti è la cartina di tornasole delle difficoltà del Cagliari, le stesse già viste quando ancora era Semplici il condottiero. Alessio Cragno è risultato il giocatore rossoblù con il maggiore indice di verticalità e con il più alto indice di rischio passaggi. Nel Venezia il primo indicatore ha visto in testa il regista Vacca, il secondo l’altro centrocampista Kiyine. Una differenza sostanziale tra chi ha utilizzato la mediana per costruire partendo dal basso palla a terra e chi, come il Cagliari, si è al contrario affidato ai lanci lunghi del proprio portiere. Se a questo si aggiungono la progressiva difficoltà ad attaccare le seconde palle e un baricentro via via sempre più basso, diventa evidente il problema numero uno che dovrà affrontare Mazzarri. Quello di un gruppo che da tempo, fin dalla crisi che portò all’esonero di Maran, è tanto schiavo del risultato e del bisogno della vittoria da essere vittima delle proprie paure. C’è poi il contro di una rosa già di base poco profonda qualitativamente e che lo è diventata numericamente sia per infortuni che per condizione fisica degli interpreti. I cinque cambi sono così più un problema che una forza, laddove gli avversari possono attingere alla panchina senza modificare troppo il livello medio della squadra, ma alzando velocità e ritmo con forze fresche – mentre il Cagliari non solo non effettua tutte le sostituzioni, ma viene spesso tradito da chi subentra. Contro il Venezia proprio Zappa, Grassi e Altare sono mancati nell’azione del pareggio di Busio, peraltro creato da chi era entrato nelle file dei neroverdi, Forte ed Heymans.

Walter Mazzarri ha tutto il tempo per invertire la rotta. La richiesta di ottimismo, però, si scontra per ora con la realtà. Nonostante tutto il suo Cagliari ha dato segnali, seppur minimi, di poter migliorare e poter intraprendere la strada giusta. Di poter, finalmente, avere una propria identità, riconoscibile e riconosciuta. Il bisogno di portare a casa la vittoria non aiuta, toglie leggerezza e appesantisce gambe e testa. Giocare con la mente libera e senza pressioni è la chiave per poter invertire il trend, ma concentrarsi troppo su questo desiderio può rendere proprio ciò che si desidera un miraggio. Dopo sette giornate, per quanto negative, l’equilibrio deve essere la stella polare, non solo tatticamente, ma soprattutto mentalmente. Solo liberando la testa dai cattivi pensieri si potrà riempirla con le richieste di Mazzarri e con la voglia di giocare, quella voglia che il Cagliari sembra aver smarrito ormai da troppo tempo.

Matteo Zizola

 

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