agenzia-garau-centotrentuno
Leonardo Pavoletti contro il Parma | Foto Luigi Canu

Cagliari, Pavoletti e gli altri: gli anni ’80 decisivi per la salvezza

Scopri il nostro canale su Telegramle-notizie-di-centotrentuno-su-telegram

Pavoloso, Nainggolan, Joao Pedro (unico nato nella decade successiva), il Faraone e Ceppitelli: se oggi i rossoblù possono festeggiare è soprattutto grazie agli elementi di maggiore esperienza e militanza.

bianchi-immobiliare-centotrentuno

Lo abbiamo detto fin dall’inizio: arrivato nel momento di maggiore difficoltà vissuta in questa stagione dal Cagliari,  Leonardo Semplici ha preferito affidarsi ai senatori per rimettere in carreggiata una squadra in cerca di certezze, per poi permettere ai giovani di essere utili nel modo più opportuno. L’esperienza contro la paura di sbagliare data magari dalla giovane età: concetto che vale sia in senso anagrafico che di militanza nella massima serie, compresa la capacità di saper gestire situazioni complicate e, a prima vista, con poche possibilità di uscita.

Pavoletti, il Leone che ha spaccato la gabbia

Il volto del riscatto di questo Cagliari in festa è senza dubbio quello di Leonardo Pavoletti. Il centravanti livornese, reduce dal doppio infortunio al ginocchio sinistro della disgraziata stagione scorsa, quest’anno si è trovato davanti a un bivio: tornare a essere il Pavoloso tanto amato dai tifosi, ritrovando brillantezza e gol, oppure fare la fine di tanti suoi colleghi che, dopo due infortuni così impattanti sulla carriera di un calciatore, hanno lentamente visto la propria carriera volgere al declino. Beh, dopo qualche dubbio lecito a settembre, la risposta è arrivata col tempo sul campo. Chiuso come un leone in gabbia (nomen omen), Pavoletti ha patito e non poco la cura Di Francesco, che lo ha relegato fin dal primo momento al ruolo di riserva senza mai credere davvero in un suo recupero. A differenza di Semplici, che ha invece subito puntato sulla voglia del suo omonimo di riprendersi il suo posto nella storia del Cagliari: la risposta è nei 3 gol arrivati nelle 14 partite con l’ex Spal in panchina, che ha rinunciato al suo totem offensivo soltanto in due casi (Bologna e Hellas Verona). Ma è il peso specifico dei gol che dà la misura dell’importanza di Pavoletti in questa salvezza: Crotone, Parma e Benevento, ossia le tre gare decisive per l’impresa targata Semplici con la prima vittoria, poi la molla mentale per il miracolo e infine lo scontro diretto che ha dato al Cagliari la corona di re della corsa salvezza.

Ceppitelli e Godin, chiusura in crescendo

Uno ha iniziato la stagione nel modo peggiore, con il problema Covid a tenerlo fuori dai radar per le prima parte di stagione, tanto che l’esordio è arrivato soltanto a dicembre contro il Parma: 19 minuti per provare nuovamente le emozioni della Serie A, dopo lo spazio lasciato ai compagni di reparto che nel frattempo gli avevano preso posto in campo. Come Joao Pedro, che ne ha ereditato la fascia da capitano, Ceppitelli fa parte del Cagliari giuliniano fin dal primo, disastroso anno che vide la squadra chiudere l’anno in Serie B ed è facile credere che nessuno di quelli che c’erano allora volesse rivivere quell’incubo. Con Semplici il difensore umbro è tornato centrale (non solo come posizione in campo) nel 3-5-2, facendo rapidamente finire in panchina Walukiewicz prima e Rugani poi, in collaborazione con l’ottimo Carboni, ritagliatosi un posto da titolare dopo il rinnovo contrattuale. Lo stesso cui ambisce Ceppitelli, a maggior ragione dopo il contributo dato alla salvezza.

L’altro, invece, è arrivato in rossoblù accompagnato dalla famiglia Herrera per simboleggiare il legame da subito cercato con l’ambiente. Uno stipendio pesante, le stimmate di leader carismatico bene in mostra per fare da guida ai più giovani grazie alla sua sconfinata esperienza internazionale, eppure Diego Godin ci ha messo un bel po’ prima di entrare a regime: subito in gol all’esordio con l’Atalanta, l’ex Atletico Madrid ha faticato a trovare la giusta intesa con i compagni di reparto, cambiati spesso e volentieri da Di Francesco alla ricerca della necessaria affidabilità. Arrivata soltanto con Semplici, con il suo 3-5-2 ben fissato al centro della bacheca dello spogliatoio rossoblù al posto delle frasi motivazionali: l’uruguaiano ha ritrovato certezze, pur con qualche inevitabile difficoltà a livello tattico, riuscendo a vincere la personale sfida con un modulo mal digerito nell’anno all’Inter. E tornando a essere leader dal punto di vista caratteriale, così come immaginato dal club di via Mameli al momento del suo acquisto.

Joao Pedro-Nainggolan, gol e tecnica al potere

Uno è il capitano, capocannoniere (e unico intruso in questo elenco di nati negli anni ’80), l’altro è il figliol prodigo che ha rinunciato a uno scudetto da possibile comprimario per mettersi in gioco e portare a casa una salvezza miracolosa da autentico ras rossoblù. Joao Pedro e Nainggolan sono altre due facce di questa salvezza rossoblù, autori di 6 gol (rispettivamente 5 e 1) nelle 14 gare con Semplici sulla tolda di comando: quelle stesse facce offerte in pasto a cronisti e tifosi nei momenti più grigi. Dopo le sconfitte contro Roma (3-2), Benevento (1-2), il pareggio-beffa contro il Sassuolo (1-1) e il ko contro l’Inter (1-0), da buon capitano il brasiliano si è presentato di fronte ai microfoni, disponibile come sempre. Al Ninja è toccato dopo le sconfitte contro Milan e Verona, entrambe per 0-2 alla Sardegna Arena, oltre a Genova dopo l’unico gol segnato fin qui, contro la Sampdoria di Ranieri. Ma il loro spirito di servizio è andato ampiamente oltre, grazie alla disponibilità mostrata a Semplici a livello tattico: Nainggolan ha fatto il play e la mezzala prima di trovare – finalmente – la definitiva collocazione sulla trequarti, mentre il numero 10 ha accettato di spostarsi sull’esterno in caso di necessità, pur di esserci e contribuire all’obiettivo finale.

A breve arriverà il tempo di stilare i bilanci di una stagione partita con tutt’altre premesse, ma che almeno in coda ha avuto il lieto fine. E se la principessa ha potuto baciare il ranocchio, facendolo tornare a essere un bel principe, grande merito lo si deve ai rossoblù nati negli anni ’80 e a un brasiliano del 1992, che sul campo però ha mostrato una maturità superiore ai suoi 29 anni.

Francesco Aresu

 
0 Commenti
Inline Feedbacks
Vedi tutti i commenti