Con i piedi per mare: la vela di Gaetano Mura

Fin dalla creazione del mondo l’uomo e il mare si osservano, si studiano e si confrontano. Verrebbe quasi da dire che specchiandosi l’uno negli occhi dell’altro, abbiano imparato a conoscersi a vicenda. Non potendo però sapere quale sia l’idea che si è fatto il mare nei confronti dell’uomo, è interessante e stimolante cimentarsi nel patrimonio narrativo che l’uomo ha lasciato su questo, si spera eterno, rapporto. Odissea, Argonautiche, Ventimila leghe sotto i mari sono solo alcuni fra i titoli più celebri della narrativa che raccontano il rapporto tra uomo e mare. Anche Gaetano Mura, velista di rilievo internazionale, nato e cresciuto nel paradiso naturale di Cala Gonone, ha deciso di confrontarsi con l’argomento e ha raccontato la sua storia attraverso “Le Sirene hanno smesso di cantare” (Ed. Il Maestrale), un libro autobiografico dove emerge lo sconfinato amore del navigatore per il mare e per la vela.

Gaetano, partiamo dalla tua ultima impresa: è uscito in libreria “Le sirene hanno smesso di cantare”. Da dove nasce la voglia di raccontare? E soprattutto perché i navigatori, nel corso dei secoli, scrivono e ci lasciano le proprie storie?

“Non so individuare il momento preciso in cui sia nata questa idea, ma credo di averla sempre avuta. Penso che scrivere sia un aspetto abbastanza comune per l’uomo: è un modo sia per raccontare le esperienze che hai vissuto che per conservare i ricordi, ma è anche una modalità che ti permette di mettere a fuoco tante cose delle vita e vederle in maniera diversa. Scrivere significa anche dialogare con se stessi. Mi viene in mente un esempio a riguardo”.

Quale?

“Quando studi un concetto, a volte, ad una prima lettura pensi di saperlo, ma è solamente quando vai a ripeterlo che ti rendi conto di quanto effettivamente l’hai capito. Questo lo si fa anche per la propria vita, per vedere quanto hai capito di te stesso, e scrivendo vengono fuori cose nuove. Inconsciamente c’è anche il desiderio di trasmettere qualcosa e di raccontare il tuo punto di vista, la tua filosofia: chi ha avuto la fortuna di fare delle esperienze molto impegnative e forti sviluppa un suo modo di vedere le cose, che nel mio caso ho cercato di esprimere attraverso alcuni racconti. Ho scritto questo libro anche perché pensavo che ci fossero delle storie vissute che valesse la pena raccontare”.

Hai scelto un titolo particolare, lo definirei enigmatico.

“Era un po’ uno degli intenti. Il titolo ha una sua storia che si scopre durante il libro. Per me ha un significato ben preciso ma voglio che ognuno lo possa interpretare alla sua maniera, perché il bello di un libro è anche questo. Infatti, quando ricevo delle recensioni, mi colpisce come ognuno trovi dentro il libro qualcosa di diverso, come una frase o un racconto, che lo intercetta”. 

Molte opere letterarie e cinematografiche raccontano il rapporto tra l’uomo e il mare. Anche tu hai sempre vissuto un rapporto simbiotico con il mare, si potrebbe dire che siete inscindibilmente legati.

“È effettivamente così, anche se credo che sia stata una cosa naturale. Ci sono nato davanti, ci sono cresciuto e anche in questo momento, mentre parliamo, lo sto guardando. Il mare rappresenta molto di me: la mia vita, il mio sport, il mio lavoro e la mia passione, quindi è chiaro che ci sia un rapporto forte e simbiotico. Ed è da qui che nasce anche il desiderio di conoscerlo sempre più a fondo. Quando tu hai un rapporto con una disciplina o vivi una relazione con una persona, se ti affascina e sei attratto la vuoi conoscere meglio, nel profondo. Nel mio caso non ti basta più il mare di casa e vuoi vedere gli oceani. Da questo nasce anche il desiderio di esplorarlo”.

A proposito di esplorazione, in un mondo contrassegnato dalla tecnologia, che significato si può attribuire alla navigazione?

“Scoprire e capire quanto più possibile. L’uomo ha il desiderio di sapere di più in ogni campo e anche il navigare aggiunge conoscenza. È vero che oggi siamo in un mondo tecnologico, ma è anche vero che le stesse barche cambiano. Oggi si va molto più veloci. Sono convinto, per esempio, che il futuro del trasporto marittimo potrebbe essere la vela perché sulle grandi rotte, se non distruggiamo prima il pianeta, si sono fatti importanti esperimenti che vanno in questa direzione: kite sui cargo, mega catamarani in grado di trasportare molte merci sulle rotte dei venti costanti. Un navigatore è sempre mosso da passione e desiderio, anche se a volte non ci si pone tante domande, ma si naviga per istinto”.

Nel 2016 ho avuto modo di seguire dal vivo la tua partenza (dal porto di Cagliari) in occasione del “Solo Round the World Record”, il tentativo di giro del mondo in solitario, senza sosta e senza assistenza in Class 40. Ricordo che molti velisti, presenti all’evento, ti appellavano chi come l’ogliastrino, chi come il nuorese. Alla luce di questo, è importante per te il senso di appartenenza?

“Tengo a precisare che Cala Gonone è Barbagia, è vicino ma non è Ogliastra (ride ndr). Detto ciò, non è semplice rispondere a questa domanda. Io non sono uno che ama troppo le bandiere, per come vengono bistrattate e inflazionate: non ho bisogno di uno stendardo per sentirmi legato alla mia terra. Mi sento un cittadino del mondo e sono attaccato alla mia isola, con la quale ho un rapporto veramente forte e di cuore. Non mi piacciono troppo i confini e mi piace prendere in considerazione gli uomini per quello che sono, non per quello che hanno fatto a prescindere dalla provenienza”.

Dedichi un intero capitolo a Cala Gonone: è un po’ la tua Itaca?

“Sì, credo che sia un luogo che si faccia adorare, anche se non sei nato lì. È un posto straordinario, un luogo selvaggio, di mare, veramente bello. In questi giorni è nel suo massimo splendore”.

Sei cresciuto all’aria aperta, tra mare, montagne, grotte e spiagge, sempre all’aria aperta. Che effetto ti fa quando vedi un bambino o un giovane isolarsi dietro un cellulare nella cosiddetta realtà virtuale?

“Ho da sempre molta fiducia nei giovani e le vecchie generazioni fanno spesso l’errore di non capire le nuove, mentre invece bisogna sforzarsi di capirle e osservarle da vicino. I giovani sono nati con una dimestichezza maggiore con la tecnologia, infatti sono capaci, mentre utilizzano il cellulare, di fare contemporaneamente dieci operazioni. Il mondo virtuale appartiene a loro e non ha troppo senso fare un paragone tra nuove e vecchie generazioni. Anzi, osservando quello che ci accade intorno, mi fanno meno paura i giovani rispetto agli adulti, i quali mi preoccupano molto di più”.

La recente pandemia ha isolato molte persone. Che impressione ti ha fatto e cosa pensi di questo momento storico?

“Mi è dispiaciuto non vedere i miei amici e provo un grande dispiacere per tutto quello che è accaduto. Questa pandemia arriva come un segnale molto importante per l’uomo, che penso non coglierà. Il virus ci ha mostrato come tutte le nostre certezze possano crollare in un minuto. Siamo schiavi dei nostri tenori di vita, che spesso si rivelano fasulli. Credo che adesso debba esserci uno spazio per la riflessione: bisogna pensare seriamente a cosa si vuole fare per salvaguardare il pianeta. Non si tratta solo di cercare energie rinnovabili o capire come ripulirlo, ma si tratta di evitare proprio a prescindere di sporcarlo. Consumando in maniera selvaggia lo stiamo distruggendo sempre più”.

L’anno scorso, tramite il progetto fotografico “Pesce fuor d’acqua”, realizzato insieme a tua moglie, hai lanciato un messaggio di sensibilizzazione contro l’inquinamento da plastica. Qual è lo stato attuale del mare?

“A parte la boccata di ossigeno di questo periodo – di cui il mare ha beneficiato con meno traffico e meno movimenti – le condizioni sono molto più gravi di come vengono prospettate. Se continuiamo di questo passo temo che avremmo i minuti contati nell’universo. Ci vorrebbe a livello globale un cambio di rotta: vista la situazione si dovrebbe legiferare a livello mondiale per un cambiamento repentino. Invece l’uomo, dopo aver sfruttato ogni genere di bene, continua a sfruttare e danneggiare quel poco che rimane”.

Qual è l’incontro più emozionante che hai vissuto in mare?

“Ogni esperienza è diversa dalle altre e non riesco a fare una classifica. Ho vissuto così tanti incontri, vivendo situazioni bellissime, che ognuna di esse merita di essere considerata per quello che è”.

Perché un giovane dovrebbe appassionarsi alla vela e alla navigazione in solitaria?

“La vela è uno sport bellissimo ed è facile che ci si innamori. Comprende tante discipline: per intenderci la Coppa America non ha nulla a che vedere con la navigazione in solitario. La vela è anche viaggiare, avventura, esplorazione e scoperta: tutte buone ragioni per cui appassionarsi”.

Matteo Piano

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