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Enzo Francescoli

#Francescoli60 | Auguri Flaco, cento di questi giorni

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Il nostro omaggio a Enzo Francescoli in occasione del suo sessantesimo compleanno, nelle parole di Nando Mura e Matteo Zizola: un doppio ricordo del Principe durante la sua esperienza cagliaritana.

Una volta quando una donna o un uomo compivano 60 anni si diceva: “Benvenuto nella terza età”. Ma nel mondo caotico e frenetico del 2021, affibbiare a un sessantenne l’etichetta di anziano sarebbe vera follia. Soprattutto se il sessantenne in questione si chiama Enzo Francescoli e ha una storia di leader calcistico vincente, di persona affabile e di dirigente capace. Cosa sono 60 anni per uno che si è realizzato come calciatore in Argentina, che è diventato icona in Francia (vero Zizou?) e poi immortale in un’isola del Mediterraneo, dove in tre campionati ha fatto la storia? Ebbene, per celebrare il sessantesimo compleanno del Flaco abbiamo pensato di affidare alla penna (pardon, alla tastiera) di Nando Mura e Matteo Zizola: il primo lo ha vissuto da cronista, ai tempi in cui i giornalisti erano ammessi agli allenamenti – incredibile, vero? – e con i calciatori di Serie A era possibile stringere rapporti umani; il secondo, invece, era un bambino che ogni domenica non si perdeva una giocata di quel numero 9 particolare, che giocava da centravanti ma che limitare e rinchiudere in tale concetto sarebbe un errore. (f.a.)

 

“Davvero lo abbiamo preso?”

​Una parvenza di occhiaie, i capelli a coprire la fronte e uno sguardo che se fosse coperto da occhiali da sole gli darebbe le sembianze di un detective in una serie anni ’70. La prima immagine nella memoria di bambino è quella della figurina Panini dei Mondiali del 1986. Maglia dell’Uruguay, colletto bianco, celebrato ma non troppo. Passano 4 anni e arriva Italia ’90, un’altra figurina Panini e soprattutto maggiore consapevolezza del valore di quel giocatore con la maglia numero 10. È la prima Coppa del Mondo stampata nella memoria di me bambino di quasi dieci anni, le partite alla televisione che ricordo ancora​ e non solo i visi da attaccare nell’album o quel nome da telecronaca finta sul panno verde del Subbuteo. Enzo Francescoli, il Principe, El Flaco, uno dei grandi del calcio sudamericano di tutti i tempi, uno che può condividere lo stesso palco di Maradona e Zico, quel Francescoli dopo i Mondiali di Italia ’90 arriva a Cagliari. “Davvero lo abbiamo preso?” era una domanda che tutti i tifosi rossoblù si ponevano, anche io che tifoso ancora davvero non ero. Certo, c’erano anche quegli altri due, al secolo Pepe Herrera e Daniel Fonseca, ma – ragazzi! – Francescoli era davvero qualcosa di incredibile. Ché poi quando sei bambino nemmeno ti viene il dubbio che sia a fine carriera, che arrivi a stella a svernare in riva al mare, e poi lui in Europa non è che avesse giocato in chissà quali grandi squadre.

La rinuncia al 10, la scoperta del 9 e i discorsi su Galeano

Quando si era sparsa la voce che Enzo Francescoli sarebbe venuto a giocare nel Cagliari di Claudio Ranieri che aveva appena riconquistato la Serie A dopo sette lunghissimi anni (tre dei quali in C1), beh, non ci aveva creduto nessuno. C’eravamo fatti una risata: impossibile, figurati se uno così viene in Sardegna, sarà una balla. Ma poi era giunta la conferma ufficiale da parte della società, all’epoca nelle mani della Famiglia Orrù, e allora in tanti avevano cominciato a sognare. Perché assieme a El Flaco era arrivato anche Gianfranco Matteoli e il Cagliari stava costruendo uno squadrone, probabilmente il più bello dopo quello inavvicinabile del 1970. Quel Cagliari, passando da Ranieri a Mazzone, arrivò fino alla Coppa Uefa. Vederli assieme con la maglia del Cagliari era un sogno. Con un retroscena: inizialmente Teo giocava con l’8 ed Enzo con il 10, poi Ranieri ridisegnò la squadra assegnando la 10 a Matteoli e il 9 a Francescoli (all’epoca i numeri erano anche un ruolo) e il Cagliari (che non era partito benissimo) chiuse la sua prima stagione in A con una inattesa salvezza. Più spettacolare che incredibile.

Enzo Francescoli non era soltanto un fuoriclasse come pochi altri: era quasi un intellettuale che ti affascinava perché cominciavi a parlare di calcio e delle sue banalità e la finivi discorrendo di Eduardo Galeano, l’intellettuale uruguayano che amava gli splendori ma anche le miserie del gioco del calcio. Ti raccontava il suo Paese, la dittatura, l’esilio, quelle che proprio Galeano aveva definito “Le vene aperte dell’America Latina”. Un uomo affascinante, carismatico. Un suo compagno di squadra ci aveva confidato che quando Enzo entrava nello spogliatoio c’era qualcuno che, istintivamente, si alzava in piedi.

Quel gol da leggenda che diventa verità

Le partite alla tv non erano tante, il Cagliari in Europa manco a parlarne, la radio e poi aspettare novantesimo minuto. Il Principe, un giorno, diventa il classico racconto orale che passa di bocca in bocca e diventa enorme, esagerato. Per Francescoli però l’esagerazione non era altro che nuda e cruda verità e lo avrei scoperto quando le immagini sarebbero finalmente arrivate davanti ai miei occhi. C’è una rimessa laterale sulla sinistra, la palla lunga sulla linea laterale che arriva al numero dieci che veste il numero nove, già, perché Francescoli in rossoblù aveva la maglia del centravanti che sapeva essere, falso nueve ante litteram, regista, trequartista e punta in un solo giocatore. Quel pallone sa già che finirà in gol e anche io che guardo lo so, conosco il racconto, ma ancora non ci credo davvero. Anche perché da quella posizione come può aver poi segnato proprio lui? Le maglie blucerchiate della Sampdoria si stringono, chiudono lo spazio, ma Francescoli con l’esterno destro rientra verso il lato corto dell’area, tunnel al difensore maglia numero due, sinistro, destro e poi il tiro a rientrare sul lato opposto. Gol. La corsa, elegante, educata, felice ma senza eccessi, il dito alzato verso la tribuna e poi verso la curva. Ecco, per me Enzo Francescoli è in quel gol che dalla radio arriva alla televisione e che da leggenda diventa verità. È l’eleganza, sono i movimenti e gli sguardi quasi a dire che “no, non è colpa mia se sono quel che sono”, semplicemente uno dei più forti giocatori passati su un campo di calcio, non solo a Cagliari. Così educato, così bello da vedere che anche quando è partito verso Torino non c’è stata tristezza, perché le cose vanno come devono andare e alla fine si è solo grati di averlo visto con la maglia rossoblù, quella della tua squadra, diventata tua anche grazie a lui, il Principe.

Enzo Francescoli

Il più forte straniero visto al Sant’Elia

Era un’altra epoca: Internet non esisteva e pochi eletti possedevano un cellulare. Se volevi parlare con un calciatore o andavi all’allenamento (e, pensate un po’, ti facevano entrare e anche assistere) oppure lo chiamavi al telefono fisso di casa. Così feci al termine della stagione: lo chiamai e gli chiesi che cosa avrebbe fatto. Lui, con molta semplicità, mi rispose che sarebbe andato via, a Torino. Ma non in quella Juventus che per anni (l’Avvocato Agnelli era un suo accesissimo fan) lo aveva invano cercato: al Torino. Era stato un brutto colpo: Enzo Francescoli, El Flaco, è stato il più forte straniero mai visto al Sant’Elia. Un grande uomo prima ancora che un immenso calciatore. Beato chi se l’è goduto dal vivo: un altro così non lo rivedremo mai più.

Nando Mura – Matteo Zizola

 

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