Il calcio che fu | Angioletto Pani

Una serie di “quadretti” di calciatori del passato cagliaritano e non solo, a cura di Nino Nonnis.

Centravanti. Bel fisico, asciutto, slanciato. Poteva diventare qualcuno, molto più di quel qualcuno che è stato, se non avesse avuto un carattere belluino, più pronto alla rissa che allo smarcamento in area. Ebbe un’esperienza in Sicilia, come altri giocatori sardi in quel periodo, ma fu breve e altalenante, non per difficoltà tecniche, ma per l’incostanza del suo impegno e il suo carattere arrezzettoso. Disputò poche partite, all’incirca una ogni quattro, per via delle espulsioni, sempre per rissa o tentata rissa. A furia di partire qualcuno lo hanno lasciato partire definitivamente. A fine campionato ci fu una petizione dei suoi avversari siciliani perché tornasse a giocare sui campi sardi.

Si era messo in luce sin da giovanissimo, soprattutto nel campo dei salesiani e dovunque rotolasse un pallone, nei pressi del rione Marina e del rione Stampace, dove era nato e viveva. La sua aneddotica è ricca per quanto riguarda la sua attività calcistica e ancora di più per la sua capacità di muovere oltre i piedi le mani. Famosa una sua fuga con salita su un cancello molto alto con salto dall’altra parte, inseguito da una torma di tifosi vendicativi dopo un calcio in faccia al suo difensore che gli aveva rubato il pallone. In campionato si distinse per un cazzotto al portiere dell’Olbia Sapochetti, che pur essendo bravo non riuscì a parare il colpo. Per fortuna molte volte si accontentava di un solo colpo, e anche i suoi avversari. Tra le vittime delle sue attenzioni vanta personaggi illustri, dei quali non voglio fare i nomi e neanche le iniziali.

Il luogo delle sue gesta era sempre il quartiere Marina, che avrebbe fatto volentieri a meno di questa sua predilezione. Molte mamme vedendolo in giro, non lasciavano uscire i propri figli. Partì un famoso regista giusto perché lo stava guardando. Uno che sarebbe diventato un famoso avvocato perché lo stava castiando. Uno che sarebbe diventato un affermato ingegnere perché lo stava smincendo. Non picchiò un famoso politico, ma ci andò vicino, perché non lo stava cagando. Con tutto ciò riusciva anche ad avere degli amici, teneva a loro, per loro si sarebbe sacrificato, con loro riusciva ad essere tranquillo.

Non ha fatto propriamente una bella fine. Lo si vedeva in giro, pieno di medicinali che lo rendevano inoffensivo, anche se una volta finì sul giornale per avere picchiato un tassista che non l’aveva riconosciuto e forse lo stava osservando con una certa insistenza. Io ne ho un buon ricordo personale, anche perché trattavamo bene, non solo per merito mio, ma perché era stato compagno di squadra di mio fratello Pietro, che fuori dal campo lo faceva ridere “Troppu togu frari ru’, mi spassiamu mera cun issu”.

Nino Nonnis

AL BAR DELLO SPORT

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