Il calcio che fu | Carl(ett)o Obino

Una serie di “quadretti” di calciatori del passato cagliaritano e non solo, a cura di Nino Nonnis.

Mio figlio pensava che fosse un dentista. Non solo, gli ho spiegato. È stato anche giocatore di calcio, che vanta per di più grandi origini, avendo iniziato nella mitica Gennargentu Pacini. Giovanissimo aveva vinto a Coverciano l’annuale concorso di tecnica individuale, sbaragliando una concorrenza agguerrita, forse tra un palleggio e l’altro lo avevano anche lasciato parlare, che è una delle sue doti calcistiche migliori.

Ha avuto in seguito una discreta carriera, basata sul grande credito di cui godeva, con punte di rendimento all’entrata in campo, quando veniva temuto proprio per il titolo vinto a Coverciano, dove si erano distinti anche Antognoni e anche Virdis, se non sbaglio. Bravissimo nel calcio d’inizio, dove si dice e lui lo conferma, che non abbia mai sbagliato un passaggio, che eseguiva con lo stile con cui un altro fa un assist in area.

Giocava all’ala destra non perché quella fosse la sua zona d’elezione, ma per questioni di defilamento, non sopportando le calche a centrocampo, il marcamento ravvicinato, le gannedde e i rapporti omosessuali. Non entrava mai in area, sempre troppo affollata per lui, una volta vedendo la ressa tornò indietro e disse al suo allenatore “Torno dopo”. Non inseguiva mai un uomo, neanche il suo. Quando succedeva che il suo marcatore ripartisse, preferiva gridare “tuo!” e pensava in questo modo di fare un atto di grande generosità, almeno così lo spiegava ai compagni. Molto bravo nello schierare la barriera, certe volte pretendeva di farlo anche con quella degli avversari. Lui ci metteva il progetto e l’ideazione.

È stato un giocatore dimostrativo, direi quasi teorico, formale, da cassetta registrata “Il calcio in dieci lezioni”. Uno potrebbe chiedersi: come mai uno così dotato non è riuscito a quagliare? Infatti. Sarebbe stato un campione se non ci fossero stati gli avversari, che rendono truculento e disagevole uno sport che dovrebbe avere la sua massima espressione nel gesto tecnico. Proprio come a Coverciano. In questo era facilmente riconoscibile. Come al Lido, dove andava per esibire la sua tecnica, mentre gli altri cercavano di imitarne invano le gesta, o i gesti.

Mentre tutti si affannavano, sudavano, sgomitavano, potevano finalmente entrare a scivolone senza rischiare stuvioni, tentare rovesciate senza rischiare sacchitate sulla dura terra, sfoggiando gli speedo, lui giocava in abito, si slacciava un po’ la cravatta, senza rischiare la sabbia nei capelli, ogni tanto dava un saggio di sé, più spesso teorico, senza scomporsi, spiegando a tutti i misteri di quel gioco, tracciando dei segni sulla sabbia con la sua Mont Blanc, regalatagli da una qualche industria farmaceutica. Che io ricordi, è stato anche un buon tennista.

Nino Nonnis

AL BAR DELLO SPORT

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