Il calcio che fu | Paschina, noto Panchina

Una serie di “quadretti” di calciatori del passato cagliaritano e non solo, a cura di Nino Nonnis.

Tanta gente ha esordito in panchina, convocato tra i tanti, ma Paschina ha un record tutto suo e solo suo. È stato l’unico ad avere esordito proprio in panchina, dove fece un figurone e per vari anni fu confermato: riserva titolare. Qualcuno che non lo conosceva, vedendolo seduto a fianco dell’allenatore pensava che si trattasse di un giovane dirigente, in questo caso titolare. Una volta addirittura, l’allenatore disse che lo fece per scelta tattica, la sua squadra giocò in dieci, lui non fece neanche il riscaldamento.
Il suo destino, anche per quelli che non credono al destino, era già scritto nel nome: grazie o per colpa di una enne al posto di una esse, se lo ritrovò trasformato in Panchina. Ma onorò quel nuovo cognome quasi come quando si è coerenti a un soprannome che si porta con orgoglio e affetto per tutta la vita. Una volta il postino gli disse che aveva firmato male per una raccomandata. Lui non discusse, riprese l’avviso e aggiunse: Paschina noto Panchina.
Per lui infatti la panchina fu un punto d’arrivo e diventò un punto di stazionamento. Per questo motivo divenne amico posso dire intimo e indispensabile di tutti gli allenatori, che si rivolgevano sempre a lui nei momenti di maggiore tensione della partita, sicuri di trovarlo pronto, per chiedergli una sigaretta senza distogliere lo sguardo dall’azione, per farsela accendere o per chiedergli quanto tempo mancava alla fine. E lui non si fece trovare mai impreparato: aveva sempre sigarette, accendino, fiammiferi controvento e orologio con i secondi.
Ogni tanto, se qualcuno si fratturava una gamba o qualche altro veniva chiamato d’urgenza perché la moglie aveva le doglie, Paschina scendeva in campo, a freddo, senza riscaldamento, emozionato come uno al suo esordio in nazionale, curioso di sensazioni nuove, sprezzante dei pericoli a cui esponeva i propri compagni. Prediligeva le panchine corte e si portava sempre dietro un cuscino personale.
Era un bravo ragazzo, non aveva colpi di testa, non sapeva cosa fossero, non rubava mai una palla all’avversario e non ti lasciava mai indietro. Aveva una particolarità irripetibile, che lo rende unico nel panorama mondiale, aveva lo stop più forte del tiro e per questa dote, quando doveva rinviare forte a casaccio per liberare l’area, i compagni gli gridavano esagitati “Stoppa!” e lui obbediva sempre, mandando la palla lontano, qualche volta in fallo laterale.
Forse l’unico giocatore il cui ingresso veniva invocato dai tifosi avversari, che, con lui in campo, cominciavano a sperare di poter ribaltare un 4 a 1.

Nino Nonnis

AL BAR DELLO SPORT

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