Michela Murgia e la retorica dell’insulto

Forti polemiche hanno investito ancora una volta la scrittrice sarda Michela Murgia in seguito allo scambio con Maurizio Belpietro durante il programma di La7 DiMartedi.

I commenti della scrittrice relativi all’alleanza tra Lega e Movimento 5Stelle non sono stati particolarmente graditi dai sostenitori dell’attuale governo, i quali hanno manifestato pubblicamente il loro disappunto sui social media. Niente di nuovo, così come non sorprende la modalità con la quale molti esprimono la propria contrarietà alle opinioni: l’insulto becero e libero.

Michela Murgia è stata ospite martedì 30 aprile a Di Martedì, condotto da Giovanni Floris

Detto che tutti sono liberi di non essere d’accordo (“We agree to disagree”), e senza entrare nel merito dell’ultima polemica (ma nelle ultime ore la Murgia ha avuto modo di esprimersi anche sulla presenza al Salone del Libro della casa editrice Altoforte, vicina a CasaPound), il focus va posto su quanto sia preoccupante assistere ad un vero e proprio vomito di ingiurie che poco c’entrano con le considerazioni e gli atti politici di Michela Murgia. Ma che, invece, si concentrano sul suo aspetto fisico e la sua persona.

I fatti dicono che questo tipo di attacchi, violenti e mirati, colpiscono sovente la donna di turno che esprime il suo punto di vista. Recentemente fu Libero a definire l’attivista Greta Thunberg “rompiballe” usando il gioco di parole Greta/Gretina per sminuire l’impegno politico e sociale della ragazzina circa il climate change. Ma la lista di sciagure dialettiche è purtroppo chilometrica, coinvolgendo personaggi famosi e non, del mondo politico, dello spettacolo e della società civile.

L’impressione concreta è che il (cosiddetto) belpaese non sia particolarmente a proprio agio nel riconoscere il valore umano e intellettuale della donna. L’attenzione infatti continua a essere prevalentemente rivolta al suo corpo, ripetutamente oggetto di dibattiti, discussioni, insulti o apprezzamenti di dubbio gusto, per rimanere nel campo dell’eufemismo. La gravità risiede nel fatto che questi fenomeni “mediatici” si materializzano nella vita quotidiana sotto forma di drammatici episodi. Dal recente stupro perpetrato dai militanti di Casa Pound al femminicidio (non “tragedia familiare” come si derubrica con colpevole leggerezza) commesso dal poliziotto di Ragusa, solo per nominare I più recenti, la cronaca abbonda di fatti di cronaca-manifesto di un problema che ancora si fatica ad affrontare seriamente con l’intenzione di debellarlo.

Il fat-shaming nei confronti della Murgia è un classico esempio di come questa società patriarcale eserciti il maschilismo sistematico, favorito (molto probabilmente in maniera inconsapevole) anche dalle stesse donne. Le quali, invece di unirsi nella battaglia per una società egualitaria e virtuosa, si uniscono non di rado al coro di insulti sessisti che vanno solo a detrimento di tutta la comunità, non solo quella femminile. E’ giunta l’ora che noi donne ci prendiamo lo spazio che ci compete, rifiutando il confino in un angolo dove occupare meno spazio possibile. Uno spazio inteso come rilevanza sociale ma anche fisico, venendo costrette a perseguire quella magrezza senza la quale si rischia di essere bollate come “ciccione buone a nulla e che fanno schifo” al primo passo dialettico ritenuto sbagliato da una società che di strada ne deve fare ancora tantissima.

Chiara Cocco

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