PINTURAS | Andrea Cossu

Pinturas: ritratti di uomini normali e straordinarie imprese.

Questa storia inizia dalla fine, 8 agosto 2018. Sette minuti: 7 come il numero sulle spalle di una maglia che è una seconda pelle, un’armatura con cui andare in guerra per i propri colori, per la propria città, per la propria gente. Cagliari contro Atletico Madrid. Amichevole di lusso, passerella finale, pochi attimi per rivivere una vita intera: il giro di campo con le due figlie, l’abbraccio del pubblico, quello degli amici della curva, le lacrime di commozione. L’immagine di un uomo che lascia il campo, con la telecamera che indugia sulle sue spalle mentre entra nel tunnel che porta agli spogliatoi. Il numero 7.

Una bandiera. Un esempio. “Grazie di cuore Andrea, fratello Sconvolts…ultras in campo!”. Due striscioni ad accoglierlo, che uniti formano una frase in grado di rappresentare un modo di essere e di giocare per il suo Cagliari, la sua Cagliari. L’obiettivo di sempre raggiunto tardi e vissuto con tutto se stesso, fino al saluto finale in quella sera di agosto alla Sardegna Arena.

Quartiere Fonsarda. Un tempo campi, frutteti e ville di campagna; dal secondo dopoguerra prima le case popolari, poi palazzi sempre più alti, dominati oggi dal T-Hotel, l’albergo che ospita le avversarie del Cagliari quando arrivano in città. Tra Piazza Giovanni XXIII e l’oratorio San Paolo, via Castiglione e i campi della Polisportiva Sigma, via Biasi e via dei Giudicati il 3 maggio del 1980 nasce Andrea Cossu. Il pallone sempre con sé, papà Ignazio e mamma Rita a seguirne la strada: luoghi che torneranno nella storia di Andrea, un quartiere fatto a misura del talento calcistico, campi di pallone a poca distanza l’uno dall’altro.

Non lontano dalle strade che l’hanno visto crescere c’è via Pacinotti. 14 dicembre 2015, la città è tranquilla, è una tarda serata come tante. Poi all’improvviso cori, fumogeni, l’amore puro del tifo: gli ultras del Cagliari, gli amici di una vita, salutano Andrea Cossu pronto a fare le valigie direzione Olbia. Il contratto con il Cagliari è scaduto a giugno e via, una nuova esperienza in Serie D in Gallura, con la promessa di tornare dopo il dolore della retrocessione di qualche mese prima con la maglia del suo cuore. Una nuova sfida in una categoria altrettanto nuova – Serie D – per chi ha vissuto sull’ottovolante, da predestinato alla Serie C fino alla nazionale.

Quando alla fine degli anni ’80 Andrea inizia la sua carriera sui campi sterrati della Polisportiva Johannes è fin troppo evidente che abbia una marcia in più rispetto agli altri. È un bambino che parla poco ma corre veloce, palla incollata al piede e gol a grappoli: il presidente Loi ne osserva le gesta, quel ragazzino con la maglia giallorossa diventerà adolescente tirando calci al pallone in quel campo in terra battuta del quartiere Is Mirrionis, popolare come popolare sarà Andrea nella sua carriera con i colori rossoblù. Popolare, sì. Ma non solo perché conosciuto, ma perché ragazzo del popolo, cresciuto tra il popolo, che del popolo conosce le sfaccettature imparate per strada e soprattutto in curva, la sua curva. E poi le giocate in solitaria, lontano dagli allenamenti, a pochi metri da casa nell’altro sterrato, quello di Via Castiglione, mentre i ragazzi di un’altra società si allenano. Lui sta lì, tira, recupera il pallone in fondo alla rete, tira ancora.

Non è facile per uno con le sue caratteristiche emergere nel calcio a cavallo fra gli anni ’80 e i ’90, quando il sacchismo la fa da padrone. Le qualità tecniche passano in secondo piano se non sono abbinate a un fisico importante, in più ad Andrea mancano i gol: non è un centrocampista, non è una punta, è un numero dieci in un mondo in cui i numeri dieci stanno scomparendo. Gianni Mura li definì “animali in via d’estinzione, piccoli panda: chiedere a Roberto Baggio e Gianfranco Zola. L‘adolescente Andrea vive gli stessi patemi. Il suo Cagliari lo ignora, ma arriva la chiamata dell’Olbia, che vuol dire Serie C2 e giovanili.

4-4-2 o 4-3-3: non c’è spazio per i trequartisti, così Cossu nel bivio di ruoli da cucire sulle sue caratteristiche vaga sulla fascia. Attaccante esterno o ala, con quei piedi vellutati confinati lontano da dove potrebbe emergere, lì dietro le punte: la tattica a prevalere sulla tecnica, la struttura sui piedi buoni. Lavorare in silenzio, salire un gradino alla volta, ripartire. Il destino di una carriera. Nonostante tutto, però, al giovane Andrea bastano sole 5 partite in Serie C2 per farsi notare oltre Tirreno: Verona chiama, partire dalle giovanili e poi chissà.

Verona è la prima contraddizione del Cossu cagliaritano di nascita e di cuore, con il sangue rossoblù che pompa nelle vene da quel 5 febbraio 1989, Stadio Amsicora, Cagliari contro Giarre: Andrea, dietro la porta con lo zio, vede con i suoi occhi il gol vittoria di Mauro Valentini, un due a uno che segna l’inizio di una storia d’amore che dura ancora oggi. Quando si torna al Sant’Elia Cossu è sempre presente, papà Ignazio e il nonno ad accompagnarlo: posto in tribuna e occhi non verso il campo, no, ma verso la Curva Nord dove gli Sconvolts, il gruppo ultras nato nel 1987, fanno sentire la loro voce. Il desiderio di unirsi a quei ragazzi è forte e così accade: Andrea scavalca una volta, due, tre, fino a diventare parte integrante della Nord. Agli inizi in silenzio, poi si unisce ai cori fino a diventare a pieno titolo uno di loro. Andrea Cossu uno di noi”: un urlo che si alza, che diventa praticamente un unicum. Nessuna canzone per i giocatori tranne che per lui e per il capitano Daniele Conti, compagno di tante battaglie, un coro che risuona quella sera del 14 dicembre 2015 in via Pacinotti e che farà commuovere Andrea tre anni dopo, in quell’ultima passerella contro i Colchoneros.

Il saluto finale contro una spagnola, segno del destino di voci che forse sono leggende o forse no. Il 2010 non sarà solo il sogno infranto del Sudafrica, il 2010 è anche il Barcellona: Andrea accostato ai blaugrana di Messi, Iniesta, Xavi. Roba da riderci su, e poi Cossu da Cagliari non vuole allontanarsi più: la maglia tatuata sulla pelle, sacro e profano, fede e calcio.

Torniamo a Verona, una delle due contraddizioni di Andrea. 1997, ciao Sardegna e via verso il Veneto: tra gli ultras gialloblù e quelli del Cagliari non scorre buon sangue, anzi, di sangue ne scorre nelle battaglie fra le strade. Andrea però ha una carriera da portare avanti, l’Hellas una rampa di lancio che non si può rifiutare, anche se i primi anni sono fatti di prestiti per continuare la crescita nel calcio dei grandi. Il primo è a Lumezzane, piccolo paese nel bresciano: il primo gol in C1 arriva nella stagione 1999-2000 al secondo anno in Lombardia, poi altri quattro alla terza stagione, sempre confinato lì sulla fascia, fra centrocampo e attacco. Il Verona non lo molla, crede in lui, eppure il profumo di Sardegna manca e, pur se di fronte alla seconda contraddizione, accetta la chiamata che arriva dall’isola materna.

Sassari. Torres. Come se non bastasse Verona ecco gli odiati cugini. Ma anche questa è un’occasione che non si può rifiutare, il percorso di crescita può continuare solo giocando con i grandi e poi casa è vicina, a 200 chilometri: 12 presenze e 1 gol con i rossoblù sassaresi in C1, prima del ritorno a Verona per sentire profumo di Serie B. Se Cossu fosse un giocatore come tanti questi due passaggi non gli verrebbero perdonati facilmente. Il ritorno a Cagliari sarebbe solo utopia, ma Andrea è figlio della città e della curva: l’amore per i colori non si può mettere in discussione, le contraddizioni si possono superare, il sogno di indossare quella maglia intatto, nessun peccato originale da ripulire.

D’altronde negli anni che seguiranno, quelli in cui sembra davvero potersi prendere Verona nonostante tutto, Cossu appena può torna in curva o segue gli Sconvolts in trasferta: ogni volta che l’Hellas non gioca, ogni volta che è libero dagli impegni professionali lui è lì, con il suo gruppo, sugli spalti in giro per l’Italia, a sentire sulla pelle quell’amore che un giorno, chissà, potrà diventare pienamente suo indossando e difendendo quei colori in campo. Tre anni da titolare in Veneto, la sua miglior stagione nel 2004-2005, 6 gol in un Verona con Ficcadenti in panchina che chiude il campionato di B al settimo posto e poi, finalmente, il sogno si compie: il Cagliari chiama, Andrea torna a casa. È un sogno effimero però. Una toccata e fuga fatta di spezzoni e poca considerazione, un’annata con troppi allenatori a susseguirsi e lui che prova a guadagnarsi spazio e conferma: 22 partite, pochi minuti totali, il primo incontro con Ballardini in mezzo ai vari Tesser, Arrigoni e Sonetti: si torna a Verona, tutto deve ripartire da capo.

Il secondo flirt con la città di Romeo e Giulietta non è una storia romantica: assomiglia più all’inizio di un incubo, ai sogni che svaniscono, incomprensioni e poco campo. Serie B, retrocessione, dita puntate dei tifosi e lui, cagliaritano mai davvero apprezzato, che diventa capro espiatorio per un pubblico che vede svanire le partite che contano. Finisce praticamente fuori rosa in C1, sommando solo 9 presenze e zero gol. L’ultima partita con i gialloblù la gioca il 13 gennaio 2008, Pro Sesto-Hellas, 90 minuti, un cartellino giallo, pareggio uno a uno e infine la risoluzione contrattuale.

”Una domenica giocavo con il Verona ultimo in classifica in C1, due settimane dopo ero il trequartista titolare del Cagliari a Torino contro la Juventus”. Le sliding doors di Andrea racchiuse in un’immagine, lui e Ballardini con lo stesso destino. Cossu è in tribuna, è appena stato riportato da Cellino in Sardegna. Al Sant’Elia c’è il Napoli: dal Verona al Napoli, una coincidenza non da poco fatta di odio sportivo che si trasforma in una vita che cambia in pochi minuti. In campo la squadra rossoblù lotta, è ultima in classifica: da ultimo in C1 a ultimo in Serie A, anche se a casa. Poi avviene qualcosa che modificherà le sorti di un’intera stagione: il pareggio di Matri, il gol di Conti, tutto nel pazzo recupero di quel fine gennaio del 2008: Ballardini passa in pochi attimi da un esonero certo alla salvezza più incredibile della storia rossoblù. Cossu, chissà, da un ruolo da comprimario a protagonista principale della rivoluzione dell’ex allievo di Sacchi.

Tante coincidenze, perché proprio il sacchismo ne ha segnato – in negativo – i progressi adolescenziali e un vecchio devoto del guru di Fusignano ne rilancerà la carriera. Il segreto è il 4-3-1-2: rombo di centrocampo, quella posizione dietro le punte libero di svariare sembra, anzi è cucita su misura per lui, il trequartista perfetto con spirito di sacrificio, piedi vellutati e assist al bacio. Cossu segna con il contagocce, ancora manca il primo in Serie A, ancora non ha potuto esultare con la sua seconda pelle addosso. Quale miglior occasione della partita che sancirà una salvezza epica dopo una rincorsa leggendaria? Stadio Friuli, Udine, 11 maggio 2008, penultima giornata. Il Cagliari è in vantaggio 1 a 0 con gol di Acquafresca in apertura di ripresa. Al minuto 55 Foggia lavora un pallone sulla destra, lo mette rasoterra in mezzo al limite dell’area. Andrea arriva in corsa, controlla, fuori uno, il portiere davanti, tiro di destro e rete, due a zero. La corsa dopo il suo primo gol in A e con il suo Cagliari è sfrenata: il desiderio è quello di condividere la gioia con i suoi amici della Nord arrivati in Friuli, maglia tolta e sotto proprio quella curva, con i calzettoni come sempre abbassati, i suoi classici parastinchi più piccoli del normale e il tatuaggio Sconvolts in vista sul polpaccio destro. Via, verso il lato opposto del campo a gioire: la salvezza è arrivata, la firma è quella di Cossu.

Dai campi sterrati della Johannes ai grandi stadi della Serie A tanti allenatori hanno segnato la carriera di Andrea. Ballardini quello della svolta, uno su tutti quello della consacrazione: Massimiliano Allegri. Chissà, forse perché anche lui era un dieci poco riconosciuto negli anni del sacchismo sfrenato, o semplicemente perché Max per i calciatori di valore ha fiuto. In ogni caso Andrea diventa il perno di un Cagliari che fa sognare i tifosi, bel gioco e pallette a profusione: pallette, così chiama Agostini i tipici assist di Cossu, tagli in diagonale o lanci in verticale, morbidi, che sembrano non arrivare mai sul piede del compagno eletto dal suo destro e che invece si posano docili, perfette, pronte per essere scaricate in rete. Nelle tre stagioni del miglior Andrea che si sia mai stato visto di pallette, di assist ai compagni ne serve 47 in 101 partite. Una media fuori dalla norma, tanto da essere fra i migliori assistman della Serie A degli ultimi 15 anni, nonostante di gare ne abbia giocato molte meno di chi lo precede.

Con Allegri in panchina Cossu vive la settimana perfetta della sua carriera, la primavera è in arrivo, siamo a cavallo tra febbraio e marzo del 2010. Già da tempo una voce circolava fra gli addetti ai lavori: Andrea Cossu in nazionale, come rinunciare al suo talento e ai suoi assist? Con quel suo modo di giocare può spaccare le partite, la squadra allenata da Lippi sembra scarica, serve nuova linfa: il 28 febbraio arriva la convocazione, per l’amichevole contro il Camerun in preparazione ai mondiali del Sudafrica previsti per giugno, stadio Louis II del Principato di Monaco. Il 3 marzo l’esordio da titolare con la maglia azzurra: in tribuna a seguirlo papà Ignazio, mamma Rita e nonna Maria Ausilia, l’emozione è tanta e Andrea fatica a carburare contro i giganti camerunensi. Poi cresce, prende confidenza e distribuisce le sue pallette come ogni domenica in rossoblù. Alla fine saranno solo elogi, da parte della stampa, del commissario tecnico, con il posto per il Sudafrica che si avvicina. Lo striscione sugli spalti “Cassa-no, Cossu sì”, è la prova che anche il pubblico ha capito cosa serve agli azzurri.

Lippi nel post partita regalerà parole al miele per lui e per l’altro esordiente, un certo Leonardo Bonucci: “Non li ho chiamati per fargli un regalino, ma per giocarsi un posto per il Sudafrica. Ho chiamato Cossu perché cercando una controfigura di Camoranesi ho pensato a lui, è un giocatore che parte largo e poi si accentra e a noi serve uno con queste caratteristiche”.

Già, Camoranesi. Una sfida nella sfida, convincere Lippi e sorpassare Mauro German nelle gerarchie: arriva la seconda amichevole, questa volta da preconvocato nei 30 da scremare per i mondiali ormai vicini. A Ginevra il 5 giugno contro la Svizzera Andrea è ancora titolare, è il candidato numero uno per sostituire Pirlo o Camoranesi, entrambi infortunati, in caso di forfait per il Sudafrica. La speranza cresce di giorno in giorno, tanto che Cossu parte con il gruppo: è il ventiquattresimo uomo, dopo il taglio dei 30 resta solo lui come esubero, in attesa di capire le condizioni dei compagni più famosi. Poi, due giorni prima della lista finale, ecco che Lippi non se la sente, la riconoscenza verso i campioni di Berlino prima di tutto. Cossu saluta e torna a casa, la spedizione azzurra sarà un fallimento e nel “gioco dei se” tanti si chiedono cosa sarebbe stato con Andrea per uno spento Camoranesi, ma il senno del poi non può restituire a Cossu un sogno, spento con il traguardo ormai a vista.

Due presenze in azzurro: dal fondo della classifica in C1 al Mondiale sfiorato in due anni e mezzo, ad Andrea questo basta per essere soddisfatto del suo percorso. E poi c’è il Cagliari, la sua vera nazionale, quella con cui nella settimana perfetta dell’esordio di Monaco segnerà anche il suo primo gol sotto la sua curva: Allegri lo risparmia, è stanco dalla partita contro il Camerun, ma quando il Catania è sopra per due a uno Max ha bisogno di lui. Cossu entra al 57′, la squadra rimane in dieci al 70′, Andrea disegna calcio, mente libera e l’esordio in azzurro da festeggiare nel migliore dei modi: a poco più di un quarto d’ora dalla fine Biondini mette il pallone in mezzo, Cossu arriva e con il piattone destro, rigore in movimento, mette la sfera alle spalle di Andujar.

Il resto è storia. L’amore è fatto di gioie e dolori, il saluto al rossoblù in una stagione triste, il rapporto con Zeman che non sboccia, il passaggio di Zola, la chiusura con Festa, la retrocessione, il contratto che scade, la promessa di Giulini di riportarlo a chiudere la carriera nella sua Cagliari. Il rapporto con il presidente nato sotto una cattiva stella. Il bisogno di tagliare con il passato: via Pisano, Conti, Agostini e lui, Andrea. La ricucitura, la mano da dare all’Olbia per riportare i bianchi tra i professionisti: dopo mesi di stop si torna a calcare campi improbabili per uno che è stato a un passo dal Mondiale. Il primo gol in Serie D a Castiadas, un nuovo ruolo davanti alla difesa che tanto nuovo non è perché Allegri, sì sempre lui, di fronte alle squalifiche di Conti aveva la soluzione pronta: Cossu e le sue pallette in verticale giostrando da regista basso, tanti altri assist da servire in campi di periferia. Andrea mantiene la promessa, l’Olbia raggiunge la Serie C dopo la vittoria nella finale dei play-off. Il delitto perfetto si consuma in un Vanni Sanna gremito come ai tempi d’oro della Torres, con cui i bianchi giocano il derby sardo per un posto tra i professionisti: è lui a guadagnarsi la punizione segnata da Mastinu, uno a zero finale, esultanza davanti ai rivali che, manco a dirlo, lo hanno fischiato tutta la partita e oltre. Un’altra stagione in Gallura a condurre i giovani compagni verso la salvezza e poi…

Nel frattempo il Cagliari è tornato in Serie A: mentre Cossu pennella calcio in C1 i rossoblù si salvano tranquillamente, arriva il momento del ritorno: tredici presenze fra campionato e Coppa Italia, il dopo Rastelli è di un altro compagno di mille battaglie a dirigerlo dalla panchina. El Jefe Lopez ha bisogno di lui quando il baratro è vicino, un unico assist da calcio d’angolo contro l’Udinese che, alla fine dei conti, risulterà decisivo per la salvezza. Arriva Maran, arriva il momento del secondo e definitivo addio, la maglia numero 7 di fatto ritirata, il giro di campo, il cerchio che si chiude. Ora Andrea lavora per la società, il suo compito è quello di scoprire talenti, dal Sud America all’Europa fino alla Sardegna alla ricerca di nuovi Andrea Cossu.

Ossia il ragazzo della Fonsarda che dalla Johannes è arrivato fino alla nazionale, con la maglia rossoblù tatuata sulla pelle.

Matteo Zizola

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