PINTURAS | Gian Mario Rassu

Pinturas: ritratti di uomini normali e straordinarie imprese.

1992, estate, tempo di calciomercato. Negli uffici di Sergio Cragnotti, patron della Lazio, si presentano due sardi: un uomo e un giovane ragazzo di 19 anni, pronto a firmare un contratto che lo porterà dai campi della C2 alle giovanili dei biancocelesti della capitale. L’uomo in questione è Mauro Putzu, ovvero il presidente dell’Olbia. È lui a entrare nell’ufficio di Cragnotti, mentre il ragazzo attende all’esterno l’esito della trattativa finale.

Gian Mario Rassu dovrà aspettare ancora una settimana prima di poter coronare il proprio sogno. Senza nessun apparente motivo, infatti, Putzu e Cragnotti non chiudono il contratto, quindi si torna a Olbia.

Una settimana, dicevamo. Quella in cui un misterioso personaggio vaga per il campo d’allenamento, lo osserva, ne controlla puntualità e atteggiamenti, se fuma o se beve. Un’ombra che lo segue per sette giorni, costantemente. Una settimana e poi di nuovo un aereo. Di nuovo il presidente Putzu ad accompagnarlo, questa volta con destinazione Milano: gli interlocutori sono due grandi personaggi del calcio italiano, Adriano Galliani e Ariedo Braida. In una parola il Milan.

Non i rossoneri in difficoltà degli anni recenti, ma quelli degli olandesi, di Capello allenatore, del presidente Berlusconi, delle coppe e dei campionati dominati, di Milanello e dell’elicottero che atterra ogni volta che il Cavaliere fa visita alla squadra. Putzu si siede in ufficio, Rassu aspetta ancora una volta di sapere il proprio destino, mentre i suoi occhi notano quel misterioso personaggio che ne aveva seguito ogni passo a Olbia per un’intera settimana. Stile Milan, prima di assicurarsi le prestazioni di un ragazzo meglio controllare che dietro il calciatore ci sia un uomo pronto al sacrificio, sani principi e nessuna scappatella.

Bruno Carrapane Selleri è il vero artefice della trattativa: storia dell’Olbia, giocatore prima, dirigente e scopritore di talenti poi, stroncato da un male incurabile nel 1998. È l’icona bianca a chiudere per 800 milioni di lire il passaggio di Rassu in rossonero dopo che, qualche giorno prima, la Reggiana considerò troppo alta la richiesta di 80, di milioni. Ovvero dieci volte meno. E così Gian Mario può iniziare il sogno: la squadra Primavera del Milan, i campioni con cui dividere il campo in allenamento, Fabio Capello a dirigere, i cross per Van Basten perché lui, ambidestro, tornava utile nelle prove a Milanello grazie ai suoi palloni per il Cigno di Utrecht.

Nato il 22 febbraio del 1973 a Sassari, tante delle cose che sappiamo di lui Rassu le ha raccontate a Matteo Vercelli in una bella intervista rilasciata all’Unione Sarda nell’ottobre del 2019. Inizia come tutti a dare i primi calci per strada, immaginando certo un futuro tra i grandi, ma come fanno tutti i bambini e nulla più. È vero, Gian Mario ha qualità: a 13 anni le giovanili del Thiesi, poi Siligo, infine a 15 anni il talent scout Ninni Tramoni, scomparso nel 2015, lo porta a Olbia. Quando è ancora un ragazzino il padre gli fa fare un provino: c’è la Juventus a Sassari, Cuccureddu e Vycpalek cercano talenti, Rassu si presenta e riesce a ottenere uno stage di una settimana a Torino. Juventus, Lazio, Milan, sono le grandi del calcio italiano che entrano nella sua vita. Alcune solo di passaggio, i rossoneri come rampa di lancio, non fosse per quel maledetto ginocchio, non fosse per quel prestito a Massa Carrara.

Milanello lo frequenta per una stagione, il tempo di perdere in finale il Torneo di Viareggio, poi via con i prestiti in giro per l’Italia. Viareggio, vetrina importante, significa la semifinale non giocata contro il Padova di un certo Alex Del Piero, la finale prima pareggiata e poi persa nella ripetizione: Rassu titolare, dall’altra parte l’Atalanta allenata da Cesare Prandelli, in campo Tacchinardi e Morfeo fra gli altri. Dalle giovanili al calcio dei grandi, da Milano al prestito di Reggio Calabria. Maglia numero dieci sulle spalle, 25 gare e 1 gol in C1, il ritorno alla base e altro trasferimento temporaneo, questa volta alla Lodigiani.

Reggio e Roma sono anni felici per Rassu. I primi stadi da oltre ventimila spettatori, il Granillo e il Flaminio, le trasferte importanti come quella al Curi di Perugia, prima contro seconda e lui con la maglia per definizione, la dieci, sulle spalle. La nazionale militare con compagni come Bresciani, Paganin, Dino Baggio, Panucci e un certo Bobo Vieri. La stagione alla Lodigiani è coronata da 6 reti: non male per un ventunenne in C1, con il Milan ad attenderlo e il sogno che si allontana, altro prestito a Massa Carrara.

Già, la Massese, non certo un amore a prima vista, anzi. Il desiderio era fare un passo in avanti, andare a Cosenza in Serie B: un’altra stagione in C1 è vista come uno stop alla crescita professionale, ma dall’altra parte della scrivania c’è Galliani e il condor ha sempre ragione, soprattutto davanti a un ragazzo di 22 anni. Rassu scappa dal ritiro durante la preparazione, Galliani lo riporta a più miti consigli, facendolo tornare a Massa Carrara, ma gli si mette di traverso il destino beffardo, ché se il Milan lo avesse ascoltato chissà come sarebbe andata.

Quel maledetto 17 dicembre del 1995 la Massese va a Empoli. Dall’altra parte in panchina Luciano Spalletti, sedicesima giornata del girone di Serie C1: al minuto numero 12 un urlo, il ginocchio fa crac, rottura del crociato e Rassu dopo 12 partite e un gol deve dire addio alla stagione e ai sogni di gloria. Il treno chiamato Milan svanisce: arriva il lungo infortunio, il contratto di 4 anni va in scadenza, con i rossoneri che lo scaricano. Vince la voglia di tornare in Sardegna per dimenticare tutto e ripartire con il conforto dell’aria di casa: c’è la Torres nel suo futuro. Ma sarà solo una scappatella. Dopo 5 partite nel mercato di riparazione, novembre 1996, ecco che arriva l’amore, quello vero, quello che resta dentro per tutta la vita: Olbia, la Gallura, la maglia bianca con il dieci sulle spalle. Una storia che, come tutte quelle che riguardano il cuore, sarà un misto di eterna luna di miele e delusioni improvvise.

La fine è una coltellata, il rapporto con il presidente Mauro Putzu che si chiude con tanti, troppi non detti, lui che per Gian Mario era come un secondo padre e che si sente tradito da quel ragazzo ormai uomo con cui ha vissuto stagioni intense. Partiamo da lì, dal campionato 2004-2005. Rassu vive l’inizio carico, pronto a rinascere dopo una pubalgia che lo ha tormentato per mesi. Eppure i primi segnali raccontano di un rapporto con l’Olbia che comincia a sgretolarsi: dallo stipendio ridotto, alla fascia di capitano tolta senza preavviso, la speranza in quei minuti finali nei quali assaggia il campo alla seconda giornata, quindi tre partite tutte in tribuna. Si dice che tre indizi facciano una prova, la goccia che fa traboccare il vaso è la sensazione di impotenza, il non poter dimostrare il proprio valore. Il 19 ottobre del 2004 Rassu dà l’addio all’Olbia: in silenzio, senza dire nulla al suo secondo padre Putzu, pochi chilometri e discesa in Eccellenza con la maglia del Tavolara, in un momento in cui i bianchi vivono un dramma sportivo, il campionato iniziato come peggio non poteva.

Troppo sensibile, le parole profetiche del suo ex tecnico Guido Carboni nel 2002. Una testa calda che oggi, da allenatore, non rifarebbe certe cose che, Rassu dixit, nel suo passato da calciatore ha forse pagato. Restano però i ricordi di un rapporto inscalfibile nei numeri: gli inizi da adolescente, le stagioni dal 1996 al 2004 che lo hanno issato al secondo posto tra i marcatori di tutti i tempi con la maglia dell’Olbia dietro solo a Misani. Ben 70 reti comprese le 11 doppiette, altro record, come quella del maggio 2001 contro la Scafatese che regalò la salvezza ai galluresi. Settimo come numero di presenze con i bianchi, 273 partite a difendere i colori tra il Nespoli e le trasferte in ogni lato d’Italia; 8 anni da capitano, il gol numero 2.000 nella storia del club che per lui è stato una ragione di vita, quel 12 maggio del 2002 contro l’Atletico Elmas.

E il rapporto con il suo compagno d’attacco, Gianluca Siazzu, che assieme a Rassu ha formato una coppia che fece nascere paragoni importanti: definiti i Vialli e Mancini della Serie C2, insieme riportano l’Olbia tra i professionisti vincendo il girone e non solo, arrivando fino al titolo nazionale dilettanti, il ricordo più bello di Gian Mario, anno calcistico 2001-02. Il 15 giugno l’apoteosi, con la finale scudetto contro l’Aglianese: di fronte Massimiliano Allegri, la lotteria dei rigori dopo il 2-2 finale, la vittoria e la gioia per aver riportato la sua Olbia tra i professionisti.

Diventa allenatore dopo aver giocato ancora con le maglie della Torres, dell’Alghero e del Budoni con cui vince il campionato d’Eccellenza allenato da Giovanni Sanna, per poi chiudere la carriera a Nuoro con la Nuorese. In panchina le due migliori stagioni a Thiesi, Prima categoria vinta e ottimo campionato in promozione. La sua Thiesi dove ora ha un bar e dietro il bancone può raccontare di quando a Milanello crossava per Van Basten di fronte a Fabio Capello o dei tanti allenatori che gli hanno indicato la strada durante la sua carriera: Carboni, Andreazzoli, Viscidi, Enzo Ferrari, Attilio Sorbi.

E resterà sempre quel dubbio. Chissà se senza quel maledetto giorno a Empoli, Rassu avrebbe raggiunto traguardi importanti. Chissà se scambierebbe una presenza in Serie A con gli 8 anni da capitano dei bianchi, o se il film della sua carriera gli va bene così. Con i suoi 70 gol in maglia bianca e quel nomignolo, stampato addosso con un inchiostro indelebile: Gian Mario Rassu, il Baggio di Olbia.

Matteo Zizola

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