John Sutter in maglia Brill [foto gentilmente concessa da Nando Mura]

PINTURAS | John Sutter

Pinturas: ritratti di uomini normali e straordinarie imprese.

Boom economico, i palazzi che spuntano come funghi in città, il rinnovamento generazionale: ovvero i favolosi anni Sessanta, anni di un’Italia che cambia volto nel bene e nel male, anni in cui anche Cagliari non è da meno e grazie allo sport si fa conoscere fuori dall’isola. Il pugilato, con Franco Udella, Fortunato Manca, Tonino Puddu e Gianni Zuddas tra gli altri. Il calcio con gli eroi dello scudetto di fine decennio, Gigi Riva e Manlio Scopigno. La pallacanestro, con l’Olimpia Cagliari nata nel 1953 grazie a Eusebio “Bebi” Mosca e che, al tramonto dei favolosi anni ’60, entra nel panorama nazionale dalla porta principale.

La spinta di quel decennio, raccontato mirabilmente dal film “Casteddu Sicsti” di Paolo Carboni, porta Cagliari a livelli sportivi mai più raggiunti che vanno oltre e restano più che vivi negli anni Settanta. Non solo calcio, non solo l’uomo arrivato da Leggiuno e diventato mito, ma anche il Brill: il basket che vive anni d’oro e che fa sognare i tifosi. È grazie a una vera e propria enciclopedia vivente della palla a spicchi come Nando Mura che i ricordi della pallacanestro di quegli anni gloriosi a Cagliari restano vivi ancora oggi: Pedrazzini, Spinetti, Vascellari, Velluti, De Rossi, Tore Serra, l’argentino Carlos Ferello e gli americani come Don Holcomb e soprattutto lui, il Gigi Riva del basket cagliaritano, John Sutter.

Un’altra pallacanestro, senza tiri da tre e senza continui vai e vieni di stranieri a ogni nuovo roster, la possibilità di legami lunghi che andavano oltre lo sport e diventavano amore per la città, i luoghi, la gente: quel ragazzo con il nome da western, nato a Marion (Indiana) il 7 giugno del 1949 creò un legame con Cagliari che vive ancora oggi. Arriva in Sardegna nel 1973 quando il Brill è tornato da un anno nella massima divisione, seconda volta nella storia dopo quella della stagione 1969-70: anni epici con Otello Formigli a dirigere la squadra. La prima promozione nel 1969, grazie alla vittoria contro Brindisi allo spareggio, la discesa subito dopo, la risalita del 1972 dopo un altro spareggio, questa volta con Siena. E il buzzer beater di Sandro Spinetti al secondo supplementare, dopo aver ricevuto palla da Rigucci in seguito a una palla due vinta dal compagno contro un avversario molto più alto grazie alla furbizia: piede sopra quello del giocatore di Siena per impedirgli di saltare e Cagliari torna nel paradiso cestistico.

E poi arriva John Sutter e il sogno di un Brill ai vertici del basket italiano può prendere corpo, passo dopo passo, stagione dopo stagione, grazie alla classe di quel ragazzo arrivato dagli Stati Uniti, con un passato da stella degli universitari del Tulane Green Wave e due anni in NBA tra Portland e Indiana. I suoi 204 centimetri e la sua maglia numero 17 entreranno nella storia non solo del basket cagliaritano, ma di quello di tutta l’isola, una storia fatta di un record personale che nemmeno le grandi stelle della Dinamo Sassari del nuovo millennio sono riusciti a battere. La storia di Sutter è anche una storia fatta di coincidenze: di quel nome che richiama un’azienda di prodotti per la pulizia, lui la stella di una squadra chiamata Brill. La concorrenza che si scontra in un solo uomo, nella stella, perché anche Brill è un marchio rinomato nel campo della pulizia, anche se solo delle scarpe: nomen omen, la sua mano è delicata, i suoi tiri puliti, appunto, e come sarebbe potuto essere diversamente con quella combinazione.

Rewind: Tulane Green Waves.

John Sutter è un ragazzo promettente, non di quelli su cui scommettere apertamente, ma per gli universitari della Louisiana è comunque un faro: 74 partite, 18.2 punti di media, 9.7 rimbalzi, un primo anno da freshman che si chiude con 24.3 a gara, secondo della storia di Tulane. Non è un caso che nel 1994 John entri a far parte della Hall of Fame del college: d’altronde lui è l’unico a essere stato selezionato per il First Team All American nel 1970, una squadra simbolica che raggruppa i migliori universitari degli Stati Uniti.

Arriva l’NBA, viene selezionato all’ottavo giro di draft, pick numero 3, destinazione Portland: è la 122esima scelta totale, il che non lo rende di certo tra i più ricercati, ma intanto il professionismo è lì ad attenderlo. Siamo nel 1971, a ottobre diventa free agent, poi arriva la chiamata di Indiana, nel 1972 la nazionale militare assieme a un certo Gregg Popovich, infine le valigie e il volo verso quell’isola lontana: Sardinia, Sardegna, Serie A. Ad attenderlo c’è il Brill, ci sono le sfide Davide contro Golia da vivere fino al suono della sirena. C’è una città che inizia a scoprire la pallacanestro, se ne innamora, vive un sogno grazie a questo gigante americano che fa impazzire gli avversari e le ragazze della città, che fa di Gigi Riva uno dei suoi primi tifosi, che porta la gente dallo stadio Sant’Elia al Palazzetto di via Rockefeller appena la partita di calcio termina e quella di basket sta per iniziare.

Nella prima stagione di John a Cagliari c’è un match che negli anni d’oro del Brill può essere considerata la partita per eccellenza: in Sardegna arrivano i campioni della Ignis Varese, dominatori non solo in Italia, ma anche in Europa. C’è Dino Meneghin e c’è un altro americano, forse il più forte degli anni settanta, Bob Morse. Come in un film western, le pistole fumanti sono mani che lanciano docili proiettili a spicchi verso il canestro: ciuf, ciuf, ciuf, punti su punti, Varese-Golia che si vede superata da Cagliari-Davide. 4.000 spettatori increduli di fronte a quell’ultima stoppata decisiva di Vascellari, che fissa il punteggio finale sul 76 a 75 a favore del Brill, con la città che si innamora perdutamente della pallacanestro, vincere che aiuta a vincere.

Di anno in anno il Brill sale, un gradino alla volta, le salvezze arrivano così come arriva la Final four di Coppa Italia. E poi ci sono quelle due gare che mettono Sutter nell’Olimpo del basket: Napoli e Venezia, il record e il ricordo più bello dell’americano arrivato dall’Indiana. Quella contro i lagunari, oggi Reyer ieri Canon, John la gioca con una schiena malandata, due giorni a letto dopo la partita, 32 punti a referto nonostante il dolore. Il 2 aprile del 1975 è la sfida da circoletto rosso nel calendario, in panchina c’è Howie Landa, colui che portò la zone press a Cagliari e che perfino Gigi Radice, allenatore dei rossoblù del calcio, andava a studiare durante gli allenamenti: il record ancora intatto nella storia del basket sardo, nonostante ci abbiano provato Caleb Green e Drake Diener con la maglia della Dinamo a infrangerlo, 45 punti il primo e 44 il secondo. Ma no, John Sutter resta ancora sul gradino più alto del podio con i suoi 52 punti di quel giorno, quasi la metà dell’intero Brill nel 110 a 85 inflitto al Fag Napoli a domicilio. 52 punti, e senza che esistesse il tiro da tre.

52 punti che sono solo una minima parte dei 4.596 che realizza in totale con la maglia del Brill Cagliari, una media di oltre 30 a gara. La stagione 1976-77 come apice assoluto degli anni d’oro del basket cagliaritano: coach Carlo Rinaldi, il quinto posto in classifica, la poule scudetto divisa in due gironi da 4 e le semifinali non raggiunte per pochissimo, dopo tre vittorie e tre sconfitte nella seconda fase del campionato. Sutter in quell’annata metterà a segno 931 punti, il 33% dell’intera squadra, un 68,8% dalla lunetta e un impressionante 52,6% dal campo. “Era senza dubbio il più forte, un’ala grande con una mano dolcissima”, la sentenza del compagno di tante battaglie Mario Vascellari, e come dargli torto.

Il 1977 è il canto del cigno del Brill e del basket a Cagliari. Sutter saluta per andare a Lugano, la squadra retrocede senza la sua stella. Anche il nome è cambiato, da Brill ad Acentro, la macchina si ferma, arriva la Serie B e niente sarà più come prima, come negli anni di quell’americano esploso a Tulane, passato per l’NBA e diventato mito in Sardegna. A soli 30 anni John decide di ritirarsi e tornare negli Stati Uniti: 30 anni come quelli della festa al Pala Pirastu del 18 maggio 2007, i 30 anni del Brill, tutti insieme a ricordare i bei tempi della pallacanestro cagliaritana con un invitato speciale, Gigi Riva. “Ciao, sono John”: il telefono è quello di Nando Mura, dall’altra parte c’è Gigi, basta una parola e il numero 11 per antonomasia corre verso Via Rockefeller, raggiunge l’americano con il numero 17 che andava a vedere dal vivo quando il Cagliari non giocava, si unisce alla festa in onore del Brill.

Oggi Sutter dirige i parchi acquatici di Islamorada in Florida, con licenza di contrarre matrimoni laici, lui che è stato sposo di Cagliari e del Brill, lui che ha fatto innamorare la città della pallacanestro. Nel settembre del 2017 il giornalista Pietro Porcella, di casa negli Stati Uniti, padre dei surfisti Francisco e Niccolò, deve scappare dall’uragano Irma: lui e la moglie lasciano la Florida e si recano a Murphy, North Carolina. Ad accoglierli e dar loro un porto sicuro c’è proprio John Sutter, vecchio amico dei tempi in cui McPorc faceva il radiocronista.

Chissà se John e Pietro, in quei giorni di vicinanza, avranno ricordato i lontani anni Settanta, con le immagini rimaste nella memoria del numero 17 del magico Brill: i gelati del Lido, i tramonti del Poetto, l’aragosta alla catalana al ristorante Corallo, la pizza ai funghi del Miramare. 

Matteo Zizola

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