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Rotondo: “Tra Dinamo e Pozzecco qualcosa di indelebile. Spissu? È giusto abbia ambizioni”

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Emanuele Rotondo fa parte della storia della Dinamo Sassari. Dalle giovanili alla prima squadra, tredici stagioni con la canotta biancoblu, diventandone il miglior realizzatore di sempre con 4613 punti realizzati. Un talento enorme, che per amore di Sassari ha rifiutato le sirene delle squadre di A1 tra gli anni ’90 e 2000, riuscendo comunque a vestire la maglia della Nazionale. Abbiamo parlato con lui della stagione appena conclusa e di quella che verrà.

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Che stagione è stata quella della Dinamo e come la valuti?
È stata un’annata difficile. Per gli infortuni, ma soprattutto per il Covid che è stata una grande problematica, un fattore esterno che ha spezzato gli equilibri quando sembravano essersi assestati. La Dinamo ne è stata la fotografia: nel momento in cui la squadra ha cominciato a trovarsi e a farci divertire maggiormente, è arrivato il virus a destabilizzare tutto. Non è successo solo a noi, penso anche a Venezia e Brindisi ma è stato comunque determinante. Dal punto di vista strettamente sportivo è stata una stagione positiva. Abbiamo avuto per larghi tratti l’asse play-pivot migliore del campionato, Burnell è stata la rivelazione in entrambi i lati del campo e Bendzius si è dimostrato uno dei più importanti realizzatori della lega. Siamo usciti dalla Coppa Italia con Pesaro che ha fatto con noi una delle partite più importanti della sua stagione, in Europa abbiamo incontrato le squadre più forti e poi abbiamo ai playoff abbiamo trovato Venezia sulla nostra strada, l’avversaria che ci conosceva meglio.

Cosa è mancato nella serie?
Non ho ancora capito come abbiamo fatto a perdere gara 5, la partita più rocambolesca che abbia mai visto. Non penso sia giusto parlare di stanchezza fisica in queste situazioni, siamo arrivati forse un po’ svuotati. Ma, soprattutto, Venezia ci conosceva bene, ha un allenatore che tatticamente è uno dei migliori e il resto l’ha fatto la natura della pallacanestro, che non è mai scontata.

Quella del Taliercio è stata l’ultima di Pozzecco sulla panchina biancoblu. Cosa lascia alla Dinamo Gianmarco Pozzecco e cosa invece la Dinamo lascia a lui?
Sia Gianmarco che la Dinamo escono arricchiti da questa esperienza. Ogni percorso porta arricchimento, sia nei momenti positivi che in quelli negativi. Pozzecco è arrivato nel momento in cui Sassari ne bisogno. Una scommessa vincente del presidente Sardara. C’era la necessità di portare una persona che attirasse i tifosi, che desse calore, un personaggio che si facesse anche voler bene. Lui nel tempo è cresciuto tanto come allenatore: come idee in campo, come tattica, come sistemi adottati. Non solo una persona che si trova bene con i giocatori ma un coach completo, che sa fare il suo mestiere. Trofei a parte, entrambi si lasciano qualcosa di indelebile.

Quella che invece inizierà sarà l’ultima stagione del presidente Sardara. Cosa ci si può aspettare da questa annata?
Non è un momento facile, è normale che ci sia anche un po’ di scoraggiamento dopo l’ultimo periodo. Lasciare andare le cose a cui siamo affezionati è la decisione più difficile, anche perché dietro c’è sempre una ripartenza. Non so se Stefano lascerà come ha detto, nel caso sarà una perdita importante. Lo dicono i risultati e la capacità di costruire una società solida. Se ha deciso di restare un altro anno, non lo ha fatto tanto per fare. Se andrà via, lascerà la squadra nella migliore situazione possibile, sportivamente ed economicamente. Sicuramente non è facile trovare le persone giuste per aprire un nuovo ciclo, ma lui è uno specialista nello scovarle. Non ho dubbi sul fatto che questa sarà una stagione importante, perché oltre ad essere il presidente, è un grande tifoso della Dinamo.

 

Già da tempo si parla di un ritorno di Cavina sulla panchina sassarese. Può essere l’uomo giusto?
Cavina sta facendo sicuramente bene a Torino. Non lo conosco personalmente ma è un allenatore preparato, nel giro da tanti anni e già nell’organizzazione societaria. Trovare un allenatore che riscaldi il cuore come Pozzecco è impossibile, chiunque arrivi avrà un compito non semplice. Dobbiamo puntare su una persona seria, preparata: Cavina conosce già l’ambiente e potrebbe ambire a uno step successivo nella sua carriera. Ma è ancora presto per fare nomi.

Al di là del blocco degli italiani e delle trattative per tenere Burnell e Bendzius, sarà una Dinamo da costruire. Su chi dovrebbe puntare la Dinamo e dove dovrebbe guardare?
Se fossi il GM Pasquini e avessi un budget illimitato proverei a mantenere Spissu e Bilan. Temo però che per discorsi economici, di carriera e di ambizione, sia difficile possa accadere. Punterei su un play affidabile e soprattutto su esterno realizzatore, un uomo da cui si possa andare nel momento del bisogno. Quest’anno abbiamo fatto fatica negli spot 2/3, non per demeriti dei nostri ma per caratteristiche: sia Gentile che Kruslin sono giocatori che spaccano la partita, servirebbe un altro tassello in grado di prendersi una parte di responsabilità importante in attacco. Le conferme di Burnell e Bendzius sarebbero determinanti, nello spot di 4 proverei poi ad aggiungere un giocatore abile spalle a canestro in modo tale da condividere il compito con il lungo che arriverà quest’estate. Per la panchina, se arrivasse Cappelletti come si dice si tratterebbe di un buon colpo.

Come hai accennato si parla di una partenza di Marco Spissu. Sarebbe giusto lasciarlo partire?
Marco è nel pieno della sua maturità cestistica. Qua ha fatto il massimo dei massimi, è giusto che a 26 anni possa ambire a qualcosa di più. Se dovesse arrivare l’offerta, sarebbe giusto accettarla. Io ho fatto il contrario ma erano altri tempi e non posso di certo giudicare.

Dopo l’exploit del play sassarese, non si è più riusciti a dare minuti importanti a giovani provenienti dal vivaio Dinamo. Cosa sta mancando?
Noi abbiamo un bacino d’utenza davvero tanto ristretto. È difficile tirare fuori giocatori ed è un aspetto che non possiamo non considerare. Ci sono poche squadre che giocano, anche per un’economia che fa fatica a dare sostegno alle società e quindi a far crescere il movimento. Non può esserci sempre il fiore nel deserto. Non solo a livello Dinamo c’è bisogno di collaborazione tra le società, di investire in formazione e infrastrutture. Ci deve essere poi una volontà comune: quella di tirar fuori, da ogni bambino che comincia a giocare a basket, il migliore giocatore possibile. Non il migliore in assoluto, ma riuscire a tirare fuori tutto quello che ti può dare. Sia che un giorno arrivi a giocare in Serie A, in B o in Promozione.

Matteo Cardia

 

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