L'undici di partenza del Cagliari che ha sfidato il Milan

Serie A: perché riprendere e perché chiudere il campionato

La crisi causata dal Coronavirus ha aperto discussioni sul futuro del calcio italiano, non solo per quel che riguarda la Serie A, ma anche per la serie cadetta, la Serie C e i campionati dilettantistici. Restando alla massima serie, il dubbio maggiore resta se riprendere la stagione o se chiudere in anticipo, come fatto negli ultimi giorni, ad esempio, dal Belgio, dai Paesi Bassi e dalla Francia.

Perché no 

Fermare il calcio, prepararsi all’organizzazione del campionato che verrà e decidere sulle assegnazioni di scudetto, posti in Europa e retrocessioni: dopo le ultime dichiarazioni del Ministro Spadafora, e visto quanto deciso negli altri tre Paesi sopra citati, questa opzione sembrerebbe essere la più realistica al momento.
Sono tanti i temi che porterebbero a una decisione in tal senso, partendo innanzitutto dalle difficoltà nella gestione del problema virus.
Restando alla salute, infatti, in caso di ripresa basterebbe una nuova positività per far saltare nuovamente il banco, rischiando fortemente di creare problemi anche per la stagione a venire.
A tal proposito non va dimenticato che quella del 2021 sarà l’estate degli Europei e delle Olimpiadi, competizioni che renderebbero limitati gli spazi nel calendario a maggior ragione in caso di ulteriore slittamento del prossimo campionato.
Il protocollo per la ripresa, per quanto temporaneo e parziale, mette sul tavolo un altro problema: le squadre, composte non solo dai calciatori, ma anche dagli altri addetti ai lavori necessari per lo svolgimento degli allenamenti, dovrebbero restare separate dal resto del mondo per un periodo non inferiore ai due mesi, considerando sia la preparazione alla ripresa che lo svolgimento delle ultime dodici giornate di campionato, tredici per chi deve ancora recuperare una partita come ad esempio il Cagliari.
E gli arbitri? Non essendo professionisti e avendo anche un altro lavoro, diventa difficile pensare a un incastro della loro situazione specifica con il protocollo della federazione.
Ad aggiungersi a questi aspetti c’è quello ancora più controverso dei contratti in scadenza e dei prestiti, che nel caso del Cagliari non sono nemmeno pochi: dai 4 calciatori con contratto fino a giugno (Rafael, Cacciatore, Klavan e Cigarini) a quelli temporanei (Pellegrini, Nainggolan, Paloschi) passando poi per tutti i giocatori di proprietà, ma girati altrove in prestito, ancora non è dato sapere quale sia il futuro previsto per queste situazioni.
Il capitolo stipendi resta poi un tema alquanto spinoso, fra proposte di tagli e un futuro tutto da scrivere a seconda che si riprenda o meno.
Sullo sfondo le decisioni, o meglio le non decisioni dell’UEFA, che preme per la conclusione di campionati e coppe, ma che ora si trova di fronte a un bivio dopo la decisione presa per la Ligue 1 transalpina: il Lione ha chiuso la stagione, come potrebbero i francesi giocare la partita di Champions League contro la Juventus?
C’è poi la priorità dei governi sulle federazioni sportive, che mette di fronte a un muro qualsiasi tipo di pensiero da parte della Lega Calcio: una volta che il governo esprime i suoi dubbi per bocca del Ministro Spadafora, alla Lega resta davvero poco spazio, anzi nessuno spazio, per prendere decisioni autonome che vadano contro quelle delle istituzioni.
Infine l’aspetto etico, con il calcio che diventerebbe una sorta di isola felice che non va di pari passo con il resto del Paese, ma anzi in controtendenza, peraltro disponendo di analisi e protezione non disponibili per altri sport e per il resto della nazione.

Perché sì

Il calcio ha un aspetto sociale non di poco conto. In un momento di sacrifici da parte di tutti aprire uno spiraglio di luce e dare ai tifosi una speranza partendo dallo sport nazionale potrebbe inviare un segnale positivo, oltre che regalare momenti di svago a una popolazione sempre più frustrata dalle restrizioni. L’aspetto etico inoltre ha una doppia faccia, perché se da una parte ci sarebbe il privilegio dei calciatori nel ripartire, quasi un unicum nel panorama sportivo, dall’altro con il Paese che torna in marcia in diversi settori non sarebbe un controsenso che chi è economicamente più forte desse l’esempio.
Soprattutto però c’è il tema economico perché, volenti o nolenti, le fondamenta dell’intero sport italiano potrebbero ricevere un colpo durissimo, spesso fatale, dal crollo del sistema calcio.
Non riprendere il campionato porterebbe una ridiscussione dei diritti televisivi, principale sostentamento dei club di Serie A e a cascata, attraverso la ridistribuzione, di tutto il sistema. Il calcio inoltre è la principale fonte economica del Coni, quindi di tutti gli sport nazionali: un crollo finanziario del pallone creerebbe un effetto domino dagli effetti terrificanti su tutto il comparto sportivo italiano.
I calciatori milionari sono la punta dell’iceberg, dietro i Cristiano Ronaldo ci sono migliaia di persone che prendono stipendi normalissimi, non solo fra i giocatori e gli addetti ai lavori come magazzinieri, addetti stampa e quant’altro, ma anche tutto l’indotto che dal calcio trova sostentamento: decine di migliaia di famiglie andrebbero al collasso, con tutto quello che comporta dal punto di vista economico e sociale.
L’assenza di decisioni collettive a livello Europeo, inoltre, pone un serio interrogativo sulla futura concorrenza fra i club del Vecchio Continente: se da un lato Paesi come la Germania, l’Inghilterra e la Spagna valutano una ripresa a stretto giro, dall’altro Francia, Paesi Bassi e Belgio stanno agendo all’opposto, mentre l’Italia nicchia. Se le nazioni che hanno deciso per lo stop non hanno nell’azienda calcio uno dei motori economici principali, al contrario in Italia una chiusura della stagione porterebbe un crollo della competitività dei club a livello continentale, con quanto ne consegue nel trattenere i campioni dalle sirene di quei campionati che non hanno avuto lo stesso crollo.
Infine il dopo chiusura, sul quale sono troppe le possibilità e altrettanti i rischi di ricorsi e processi che potrebbero andare avanti per mesi, mettendo così a repentaglio anche i prossimi campionati. Con la stagione cristallizzata all’ultima giornata, a chi verrà assegnato lo scudetto? Chi andrà nelle Coppe Europee? Si procederà con promozioni e retrocessioni o si farà come nei Paesi Bassi dove queste ultime sono state di fatto bloccate? Nascerebbero situazioni come quella del Benevento, leader indiscusso della serie cadetta e con la promozione meritata di fatto sul campo, un caso simile a quello dell’olandese Cambuur che infatti pensa a un ricorso, oppure altre come quella del Cagliari, con lo scontro diretto contro il Verona da recuperare per avvicinarsi all’Europa e nessuna possibilità di disputarlo, un po’ come l’Utrecht che si è visto scappare dalle mani l’Europa League e chiudere il campionato con una gara in meno rispetto alle concorrenti, oltre che vedere cancellata la finale di Coppa anch’essa utile per l’accesso all’Europa.
Resterebbe l’opzione di bloccare le retrocessioni e far passare la Serie A da 20 a 22 squadre, ma con un calendario che per la prossima stagione appare già fin troppo contingentato, la cura sarebbe forse un palliativo che creerebbe più problemi di quanti ne risolverebbe.

Perché sì o perché no, l’unica certezza appare che qualunque decisione verrà presa il rischio di sbagliare sarà molto alto: i club attendono il governo, nel frattempo la ripresa della Serie A sembra sempre più un’utopia.

Matteo Zizola

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