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Tommaso Giulini | Foto Valerio Spano

Tra ridimensionamento e ambizione: la verità del mercato del Cagliari

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La bolla che scoppia, la pandemia come acceleratore di una discesa già in atto. Nell’ultimo anno e mezzo ogni impresa ha avuto difficoltà impreviste, non può fare eccezione il calcio che tra quelle nazionali è una delle più ricche. Il pubblico assente dagli stadi, gli introiti che crollano, le spese che restano al contrario identiche, se non maggiori.

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Discesa pericolosa
Cadere nel populismo quando si parla del business del pallone e di chi ne è protagonista è facile. Ricchi e privilegiati, ma guardando al quadro generale gli aspetti da considerare sono molteplici. Mettendo da parte il tema nella sua versione più ampia, le parole spese in queste settimane in casa Cagliari sono una cartina di tornasole. “Il sistema è al collasso“, il presidente rossoblù Tommaso Giulini è stato netto e chiaro nel suo grido d’allarme sulle colonne al quotidiano la Repubblica. E non gli si può dare torto, il tentativo dei grandi club di creare la Superlega l’esempio principe. C’è però un aspetto che manca, perché le ragioni della crisi non possono soltanto essere imputate all’improvvisa pandemia. Il Covid, come detto, ha soltanto accelerato un processo già in atto, fatto di entrate inferiori alle uscite e soprattutto di un costo del lavoro – inteso come ingaggi dei giocatori e milioni collaterali – assolutamente insostenibile per qualsiasi azienda.

Azzardi
Una giustificazione? Forse, ma anche una colpa. Perché se è vero che è il mercato con la legge della domanda e dell’offerta a dettare le regole, è altrettanto vero che fare il passo più lungo della gamba può essere un boomerang. Scommettere può portare a vincere la posta e anche moltiplicarla, ma i rischi di perdere tutte le fiches sono ancora più alti delle possibilità di raccogliere i dividendi. L’esempio recente è quello relativo a Diego Godín. “Non possiamo più permetterci ingaggi come il suo” ha detto Stefano Capozucca nella sua ultima conferenza stampa. Non si può però dimenticare che il Faraone non è arrivato in Sardegna quando la pandemia era soltanto un ricordo, bensì quando ancora l’incertezza sulla riapertura degli stadi e su un calcio nuovamente normale regnava sovrana. Una scommessa per raccogliere risultati sportivi che avrebbero dovuto restituire l’investimento, ma senza i primi la puntata è stata raccolta dal banco. Cercare ora di ridiscutere il contratto è legittimo, ma forzare il giocatore a fare le valigie e salutare non può essere giustificato se non dall’ammissione di colpa per un azzardo che ora è diventato un problema. Se poi si pensa anche al tema Nainggolan si ha l’impressione di essere di fronte al classico al lupo al lupo. Chiedere aiuto e poi parlare di stipendi vicini ai due milioni a stagione, per quanto importante possa essere il calciatore, appare un controsenso. Così come è difficile omettere, in questo contesto, quanto riportato sempre da la Repubblica. Ovvero che il Cagliari sarebbe tra le sei società ad aver chiesto il rinvio del termine ultimo per il pagamento degli stipendi dello scorso marzo.

Coerenza
Un altro tema è quello degli agenti. “Le commissioni rappresentano una montagna di soldi che escono dal sistema”, così Tommaso Giulini a La Repubblica. Vero, ma ad aver creato il circolo vizioso non sono stati solo gli agenti, diventati improvvisamente il male del calcio, ma anche chi a questi ha dato in mano il potere. Senza dimenticare il mercato, ancora una volta sovrano. Il patron rossoblù può avere le proprie ragioni, ma se così è ci si chiede perché, pur di arrivare a un giocatore in scadenza come Pereiro, si sia deciso di alzare l’incentivo alla voce commissioni invece che sventolare bandiera bianca. O ancora gli investimenti su calciatori poi rivelatisi errori di valutazione, o ingaggi elevati anche per seconde linee che dal punto di vista sportivo non hanno alzato il livello.

Se crolla il calcio crolla un sistema che tiene in piedi non solo i ricchi campioni della Serie A, ma anche le serie minori e un enorme indotto che significa centinaia di migliaia di famiglie. Però puntare il dito solo all’esterno, a prescindere dalla questione etica del grido d’aiuto, non sembra una soluzione. Riformare, partendo dai campionati e arrivando alle modalità di gestione, puntare sui vivai e non su meri aspetti finanziari delle compravendite da plusvalenza, non fare il passo più lungo della gamba tralasciando le possibili conseguenze future. Perché, in fondo, chiedere aiuto e poi provare una nuova scommessa per alimentare gli entusiasmi non sembra la strada per ricevere empatia.

Matteo Zizola

 

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