#1 | Sella del Diavolo, che rammarico!

Bai e Circa è la rubrica di Centotrentuno.com che mira a far (ri)scoprire i luoghi più belli di Cagliari e della Sardegna, meritevoli di quella tutela spesso non perfetta.

Cagliari, la Sella del Diavolo

Sin dai primi passi si respira aria di esplorazione, è un trekking cittadino ma di urbano ha ben poco. Insolito pensare che si sia a pochi metri dalla spiaggia più frequentata della città. Qui, infatti, si è lontani dalla ressa balneare e le bellissime rocce calcaree intrecciate armoniosamente con la macchia mediterranea segnano un percorso che invita a raggiungere la sommità in fretta facendo dimenticare il resto.

La camminata è breve (circa 15 minuti) e semplice da affrontare. Costeggiando l’ immancabile zona militare, si arriva agevolmente alla vetta dove si è immediatamente ripagati della piccola fatica da una vista stupenda: l’ intero golfo cagliaritano.

Appagati dal paesaggio, si può riprendere il sentiero per dirigersi verso la zona di maggiore interesse, quella storica. Arrivati, si nota con piacere una piccola “baita” costruita dal Comune, dove ci si può fermare e rilassarsi. Purtroppo è chiaro sin da subito che la realizzazione di questa struttura sia l’unica nota positiva dell’intervento comunale, dato lo stato di abbandono e l’assenza totale di manutenzione. Tuttavia anche da questo lato del colle si può godere di un panorama eccezionale.

Si presenta in tutta la sua bellezza l’altra parte del golfo, quella verso Calamosca. Si nota il faro in lontananza e si scorge facilmente il fortino di Sant’Ignazio, simbolo di un passato celebre; punto strategico per l’indimenticabile respinta, tutta sarda, dei francesi della prima repubblica nell’ormai lontanissimo 1793.

Poco più in basso, ahinoi, si nota con altrettanto facilità la vecchia caserma Ederle, in uno stato di semi-abbandono, relegato nel presente ad essere un deposito per documenti militari vista mare, e che oltretutto in passato non è riuscita a raccogliere un importanza strategica paragonabile al suo vicino edificato quasi 150 anni prima. Ma che al contrario ha sollevato, nel corso degli anni, molti dubbi sulla sua effettiva utilità in quel punto geografico cittadino. Avendo la fortuna di vederla dall’alto sembra quasi meno invadente, forse perché ridimensionata dalla natura circostante, che con piacere cattura la nostra l’attenzione.

Ad ogni modo c’è ben altro che merita il nostro sguardo. Ad esempio le torri Pisane (poi Aragonesi) che si trovano a due passi da noi. Queste, anche se ormai diroccate, si stagliano ancora sull’apice della Sella, e danno ancora un’idea chiara di quanto fossero fondamentali sul piano strategico, un fatto dimostrato dall’utilizzo e dalle modifiche apportate nel corso dei secoli dai diversi poteri presenti nell’isola, per poi essere adoperate per l’ultima volta nel corso della seconda guerra mondiale.

La loro bellezza decadente ci accompagna nel sentiero che porta al tempio della dea Astarte, così conosciuta dal suo popolo, quello fenicio. Sarà poi la Tanit punica, l’Iside egizia, la greca Afrodite, e infine Venere per i Romani. Protettrice dei naviganti, ma anche figura dell’erotismo e simbolo del rinnovamento. Una dea che sappiamo ben radicata in Sardegna, onorata da un culto quasi preistorico, legata a riti (pare) di prostituzione sacra. A tutti gli effetti una storia intrigante che potrebbe raccontare molto anche sul luogo dove ai tempi è stata onorata.

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Invece lo spettacolo che si trova davanti agli occhi è assolutamente desolante. Il tempio infatti è completamente recintato, e pare anche abbandonato da parecchio. Gli ultimi addetti comunali che hanno fatto visita al luogo di culto si sono limitati semplicemente a coprire con un telo pesante l’intera area, il tutto saldamente bloccato da delle pietre. Niente è intuibile attraverso quei teli, tutta la storia lunghissima di quel sito muore con esso. Qualsivoglia curiosità personale nei confronti dell’archeologia o del mito di questo luogo viene inevitabilmente soffocata.

Resta solo l’amaro in bocca per la potenzialità ancora una volta non sfruttata. Ci si rassegna davanti a tutto questo, e con rammarico si riprende il cammino del ritorno.

C’è chi deciderà di fermarsi per un’ultima tappa davanti a quella croce di legno, nuovissima e alta circa 6 metri, orgoglio evidente di chi ha deciso di erigerla proprio li, antistante alle rovine del tempio. A essa può rivolgersi la speranza o la preghiera affinché questo colle stupendo possa conoscere il miglior avvenire. Un luogo contraddittorio, decadente nel suo mantenimento ma bellissimo per sua natura. E, come molto altro in città, assolutamente da visitare.

Enrico Mura

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