agenzia-garau-centotrentuno
Tommaso Giulini durante la festa promozione alla Unipol Domus | Foto Luigi Canu/Centotrentuno

Cagliari | 11 giugno 2014-11 giugno 2024: i primi dieci anni da presidente di Giulini

Scopri il nostro canale su Telegramle-notizie-di-centotrentuno-su-telegram
sardares
sardares
signorino

“In data odierna è stato firmato il contratto di vendita per la cessione del 100% delle quote azionarie della Cagliari Calcio a Fluorsid Group”. Era l’11 giugno del 2014 quando l’ex presidente e proprietario del Cagliari Massimo Cellino cedeva la società rossoblù a Tommaso Giulini. Dieci anni dopo è tempo dei primi bilanci della gestione del patron milanese, dieci stagioni di alti e bassi tra otto campionati di Serie A, due retrocessioni in Serie B e due immediate promozioni. Tanti allenatori, altrettanti direttori sportivi, alcuni proclami iniziali fino al basso profilo delle ultime annate. E ora una nuova sfida dopo la salvezza ottenuta con Claudio Ranieri, in un cerchio che si chiude prima che un altro si possa aprire.

Premesse

Un bilancio dei primi dieci anni della sua presidenza è arrivato proprio da Giulini dopo la permanenza in massima serie con la vittoria contro il Sassuolo: “In questi dieci anni l’80% è stato in Serie A. E posso solo essere fiero e orgoglioso di questo”. Partendo dall’esordio nel mondo del calcio, in quel 2014-15 che si concluse con la prima retrocessione. Una squadra affidata a Zdenek Zeman, poi a Gianfranco Zola, quindi di nuovo a Zeman e infine a Gianluca Festa. Con un gruppo di giovani e di veterani che non riuscì a mantenere la categoria. Giulini aveva ereditato sì una società in salute dal punto di vista economico, ma da ricostruire in ogni suo aspetto. Tecnici e gestionali, di campo ed extra campo. Da giocatori arrivati a fine ciclo a uno stadio in decadimento com’era il Sant’Elia, passando per un comparto marketing mai esplorato davvero fino a un settore giovanile che aveva sì prodotto Nicolò Barella, ma per il resto poco prolifico. Tutti dettagli messi in primo piano da Giulini non appena preso possesso del club: “Il calcio è in una profonda fase di evoluzione e rinnovamento e in questo contesto va visto il mio coinvolgimento. Il progetto per la Cagliari Calcio che ho in mente è ambizioso e si fonda su principi chiari: sviluppo di un progetto tecnico di successo, crescita del settore giovanile, integrazione con il territorio, innovazione e internazionalizzazione del brand”. I risultati, però, sono stati di fatto lontani dalle premesse. Così come dalla famosa dichiarazione del settembre 2014, quando Giulini puntò l’obiettivo verso un traguardo ambizioso: “Il centenario del club nel 2020? Non mi dispiacerebbe potermelo giocare a un livello più alto di quello attuale, avere la possibilità di ambire ai primi cinque posti. Lavoriamo a una graduale crescita anche se non siamo negli anni ’70 quando erano possibili sorprese incredibili. Oggi per poter ambire a posizioni importanti, anche nel giro di cinque-sei anni c’è un grande lavoro da fare”. Un traguardo per certi versi sfiorato per metà campionato, stagione 2019-20. Il Cagliari guidato da Rolando Maran era in piena zona Champions League, prima che la sconfitta casalinga contro la Lazio diventasse la chiave di volta negativa. Addio Europa, addio Maran, la pandemia ad aggiungere un ulteriore carico a tutto lo sport dal punto di vista economico. Quindi Walter Zenga, il campionato che riprende dopo uno stop lungo tre mesi, la salvezza come obiettivo raggiunto senza troppi patemi. Un lampo, unico, in dieci anni nei quali la sofferenza ha fatto da compagna di viaggio spesso e volentieri.

Numeri

Otto stagioni in Serie A, due in Serie B. Entrando nel dettaglio del Cagliari durante la gestione Giulini, i numeri sono impietosi. Nei campionati nella massima serie, infatti, sono 304 le gare disputate dai rossoblù, con 77 vittorie, 78 pareggi e 149 sconfitte. I tre punti sono arrivati così nel 25,3% delle gare, il singolo punto nel 25,66% e, infine, zero nel 49% delle occasioni. In sostanza il Cagliari nelle otto stagioni di A ha perso due partite su quattro, pareggiandone una e vincendone ugualmente una. Con una media punti di 38,6 a campionato e il picco massimo arrivato del 2016-17 con Massimo Rastelli alla guida, quando i rossoblù neopromossi raggiunsero il dodicesimo posto con 47 punti (meno due dal decimo). Ma anche con il picco minimo dei 30 punti – e terzultimo posto – che portarono alla retrocessione nel 2021-22. Una gestione sportiva che ha lasciato più di qualche dubbio, con tentativi estemporanei di progettualità caduti via via uno dopo l’altro di fronte a risultati negativi. La conferma dal numero di allenatori passati dalla Sardegna: ben dodici in otto stagioni di A, ai quali aggiungere Fabio Liverani in uno dei due passaggi in cadetteria. Oltre ai direttori sportivi, sei che diventano sette se si considera anche il Capozucca bis. L’assenza di continuità è diventata quindi una delle discriminanti negative del Cagliari, spesso apparso inseguire piuttosto che dettare la linea. Reazione piuttosto che azione, insomma. Il tentativo di alzare l’asticella diventato poi causa del passo indietro deciso sia sportivamente che economicamente, i proclami che hanno preso le sembianze di un boomerang. Dall’Europa nell’anno del centenario ai cento punti in Serie B con Rastelli, dal progetto con Eusebio Di Francesco alle sfuriate non appena il sereno lasciava spazio ai temporali. La gestione sportiva con ingerenze che hanno determinato un rapporto con la piazza divisivo, fino alla retrocessione di Venezia che ha segnato una svolta sostanziale da parte di Giulini. Fino ad allora vero e proprio deus ex machina, da quel punto in poi defilato, in silenzio di fronte alla stampa e con le mansioni sportive lasciate soprattutto al direttore sportivo e all’allenatore. E la fine degli acquisti di nome, dallo stipendio elevato e in parabola discendente, tornando così al punto di partenza fatto di giovani e di un’ossatura esperta.

Futuro

“Mi scusi presidente, dovete convenire, che i limiti che abbiamo, ce li dobbiamo dire. Ma a parte il disfattismo, noi siamo quel che siamo, e abbiamo anche un passato, che non dimentichiamo”. Le parole di Giorgio Gaber sembrano calzare perfettamente con la situazione attuale del rapporto tra la piazza Cagliari e Giulini. Il passo indietro sportivo ed economico, la presa di coscienza di una realtà che ha fatto scivolare i rossoblù dietro tante proprietà più forti – soprattutto straniere – oltre ai risultati mai oltre la soglia della normalità e, anzi, spesso rivolti alla mediocrità: tutti fattori che hanno portato parte dell’ambiente a chiedere un passo indietro. Un passo indietro che il presidente rossoblù ha messo in conto, almeno alla voce nuovi investitori di supporto. Eppure rispetto al Giulini pre retrocessione di Venezia le ultime due stagioni hanno mostrato una gestione completamente differente. Sì lontana ancora dalle aspettative, ma sicuramente più improntata al futuro sostenibile che all’ora e subito senza una vera visione del futuro. Un modus operandi che richiede quella pazienza – cinque sei anni – dichiarata non appena preso possesso della società rossoblù, pazienza che però si scontra con le legittime esigenze di una piazza che sogna maggiore tranquillità e, perché no, un percorso simile a quello portato avanti dall’Atalanta o, da ultimo, dal Bologna. È questa la sfida del futuro, partendo dal post Ranieri e arrivando alla stabilizzazione della categoria prima di poter pensare a un salto di qualità verso la parte sinistra della classifica. In una Serie A che è sempre più straniera, basti pensare che i tre club retrocessi – Salernitana, Sassuolo e Frosinone – sono di proprietà italiana mentre i tre neopromossi – Parma, Como e Venezia – di proprietà estera. Con una domanda su tutte: Giulini è in grado di garantire un percorso sia virtuoso che sportivamente performante a Cagliari e al Cagliari? Senza dimenticare un altro aspetto, quello dello stadio. Perché, tra gli obiettivi mancati, pur se non per responsabilità proprie, c’è anche la nuova casa del Cagliari. In un processo immaginato più rapido e che oltre a fare i conti con politica e burocrazia, si è rallentato anche per vicende collaterali ma inevitabili come il Covid e la guerra in Ucraina. Dieci anni che, guardando il quadro completo, non possono essere definiti positivi né dare orgoglio, nonostante le parole del presidente. Dieci anni che, però, potrebbero essere rivalutati con uno scatto in avanti deciso, paziente ma netto. Ma, a oggi, è difficile guardare al recente passato con il sorriso. Un compleanno non amaro, perché in fondo la Serie A è ancora il campionato del Cagliari, ma comunque un compleanno con poco, pochissimo da festeggiare. Sperando che il prossimo decennale dia risposte migliori rispetto ai primi dieci, senza che la salvezza resti l’unico traguardo al quale ambire.

Matteo Zizola

 
Notifiche
Avvisami se ci sono
guest
49 Commenti
Inline Feedbacks
Vedi tutti i commenti