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Cagliari, jolly finiti: per la salvezza serve un altro spirito

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Così no, così no, così no. Sono passati quasi undici mesi dalla notte di Bari e dalla reazione diventata virale del giornalista pugliese dopo il gol promozione di Pavoletti. Una reazione che torna alla mente, ma in direzione opposta, guardando al risultato della gara del Cagliari contro il Milan, un 5-1 senza appello.

Jolly
Così no, così no, così no. Una risposta che si sposa anche con le parole di Claudio Ranieri nel post partita. Dal “nulla da dire ai miei ragazzi” fino alla definizione di gara “jolly” data alla sfida di San Siro. In sostanza una trasferta il cui risultato, in fondo, contava poco a prescindere. Un messaggio a squadra e piazza difficile da accettare. Un vecchio mantra del piccolo Cagliari di fronte alle corazzate della Serie A. Una parola, jolly, che racchiude il classico “non sono queste le partite in cui fare punti” che ha accompagnato l’approccio alla stagione dei rossoblù di Ranieri e non solo, basterebbe riavvolgere il nastro dei ricordi meno recenti. Eppure proprio sfide sulla carta proibitive, azzannate con furore agonistico, sono quelle che tengono a galla il Cagliari fuori dalla zona rossa chiamata retrocessione. I cinque punti contro Atalanta, Juventus e Inter hanno segnato il solco, ancora non coperto, con chi segue e cerca di agganciare o avvicinarsi ai rossoblù. Hanno dato un senso al dovere di non partire battuti, di non fare spallucce di fronte alle disfatte, di non fare buon viso a cattivo gioco. E poi ci sono quei ragazzi da proteggere, gli stessi dall’elettroshock sotto forma di dimissioni post Lazio, oggi tornati pulcini bagnati da tenere al riparo da critiche e accuse. Aspetto che crea ulteriori dubbi e paure, con 180 minuti da giocare e quel bonus virtuale chiamato Fiorentina – grazie alla finale di Conference dei Viola pochi giorni dopo l’ultima giornata – a ricordare maledettamente la notte di Venezia, 22 maggio 2022. Una squadra tornata fragile, una squadra che – senza i pochi elementi di esperienza e fondamentali nei loro ruolo – sembra aver perso fisionomia, qualità e voglia di buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Più e meno
Cambi in ritardo, poca reazione all’inerzia della partita, scelte in itinere che hanno fatto storcere il naso. Ranieri non può essere esente da colpe, non solo nei 90 minuti ma anche nel dopo davanti ai microfoni. Ma se le parole le porta via il vento e possono essere di circostanza, ecco che ci sono i fatti a fare da contraltare. Quelli di un 5-1 difficile da digerire, sì, ma anche quelli di una classifica che a prescindere da ciò che accadrà all’Empoli, al Sassuolo, al Verona e all’Udinese vedrà il Cagliari comunque sopra le ultime tre posizioni. E dunque con il destino nelle proprie mani, con tutti i pro e i contro del caso. Tra i primi i possibili due risultati su tre nella prossima trasferta in Emilia, l’aspetto psicologico di una sconfitta per certi versi indolore, la sfida contro la Fiorentina come ulteriore chance a prescindere da quanto accadrà al Mapei Stadium. Tra i secondi la storia di questa e delle stagioni precedenti, ossia di un Cagliari che quando si è potuto rilassare ha spesso e volentieri imboccato la strada della ricerca ossessiva del suicidio sportivo. Come se in casa rossoblù, Ranieri o non Ranieri, vivere sul filo del rasoio sia l’unico modo per tirare fuori la testa dalle acque tempestose della retrocessione. Creando così una stanchezza nervosa all’ambiente da tramutare in energia per reagire.

Fede
Sir Claudio, al netto di quanto scritto fino a qui, ha sbagliato, sbaglia e chissà, potrebbe sbagliare ancora. Perché al di là dell’atto di fede di chi vede in Ranieri un infallibile guru, anche l’allenatore rossoblù è umano come tutti. Però, allo stesso tempo e senza controprova, diventa complesso non pensare a dove sarebbe il Cagliari senza di lui. Intanto si sa dov’era prima del suo ritorno: nella parte destra della classifica di Serie B. Poi si sa dov’è arrivato, una promozione tutta emozioni e sorprese. E si sa dove staziona ora, fuori dalla zona rossa. Una squadra che ha concluso la precedente stagione quinta in cadetteria, promossa all’ultimo secondo dell’ultima partita e che a San Siro aveva sei undicesimi dell’undici titolare reduci da quella cavalcata. Con due dei cinque cambi sempre figli della B. Insomma, una rosa inesperta di massima serie e in alcuni reparti anche per età e che ha pagato dazio nella parte finale della stagione alla voce assenze di peso. Un dettaglio non da poco che dà valore al lavoro di Ranieri, ma che non può allo stesso tempo essere la giustificazione per ogni sconfitta. Questione di equilibrio nei giudizi oltre i risultati, nel bene e nel male. Perché buttare bambino e acqua sporca è un errore facile da compiere, ma nascondere la polvere sotto il tappeto degli atti di fede lo è altrettanto. Lo sa per primo Ranieri, lo dovrebbe sapere la squadra: senza questa consapevolezza il rischio di un finale da incubo diventa tutt’altro che remoto.

Matteo Zizola

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