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Cagliari, sinfonia di una tragedia annunciata

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Una canzone pop o un rock. O ancora un blues o perché no una sinfonia classica o perfino un rap. Nota su nota, alcune stonature di qua e di là, ma lo spartito è definito, si può leggere, si può capire, ci sono dietro idee e studio. Così dovrebbe essere, così non è.

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Prima strofa
La vittima è il Cagliari, l’accusa è di omicidio. Una squadra costruita male e rattoppata anche peggio. Pensare a uno schema, uno qualunque, e applicarlo alla rosa rossoblù lascerebbe in ogni caso buchi. Questo perché i numeri dicono una cosa, come quelli degli ingaggi e delle valutazioni, l’alchimia però dice l’opposto. E mentre altrove ognuno è responsabile del proprio destino e la parola progetto non è una scatola vuota, dalle parti della Sardegna Arena si cambia tutto per non cambiare mai nulla. Il Verona ha cambiato giocatori, tanti, l’allenatore è rimasto, ma soprattutto è rimasta l’ossatura di chi unisce il tutto, società, tecnico e squadra. Il calcio è una scienza inesatta, ma pur sempre una scienza che ha bisogno delle persone giuste al posto giusto, di guardare la realtà dei fatti, di non prendersi in giro, di parlare poco e lavorare tanto e non del contrario. Essere più realisti del re non fa bene al Cagliari e non fa bene al re. E alla fine puoi cambiare l’ordine degli addendi, ma il risultato non cambia. La matematica, quella sì, non mente. Non mentono le 17 sconfitte, record, non mentono le sole 5 vittorie, non mentono le 8 gare in cui è stato raccolto bottino pieno, i 13 pareggi e le 31 partite perse dalla famosa sconfitta contro la Lazio del dicembre 2019. Cinquantadue gare, trentasette punti, quattro allenatori, tre direttori sportivi.

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Seconda strofa
La vittima è il calcio, l’accusa è di omicidio. Perché di fronte a un Hellas che è sembrato non avere la foga dei giorni migliori, il Cagliari ha fatto la comparsata tipica di una squadra ormai in vacanza. Non fosse che è il Verona a essere già salvo, mentre i rossoblù avrebbero dovuto giocare con il coltello tra i denti. La lucidità di Semplici nell’analizzare la sconfitta ricorda quella di Di Francesco nell’ultimo mese da condottiero in Sardegna. In una parola assente. Assente come il suo Cagliari, assente come le idee di gioco e di gestione dei novanta minuti, assente come la forza nelle gambe e nella testa dei 16 scesi in campo nella sconfitta per due a zero della Sardegna Arena. Palla lunga e pedalare l’unico copione messo in campo, una tattica che sarebbe anche legittima se dopo i lanci ci si mettesse in sella alla bici per attaccare le seconde palle. Invece una squadra lunga, otto nella propria metà campo e che Joao Pedro e Cerri se la sbrighino da soli. Vero, il Cagliari ha avuto le proprie occasioni, ma sono sembrate – ancora una volta – frutto di situazioni estemporanee. Si stava meglio quando si stava peggio? No, però la matematica, che come detto non mente, parla di un Leonardo Semplici che dal mini campionato fatto di Crotone, Bologna, Sampdoria, Juventus, Spezia e Verona ha raccolto 7 punti, uno in meno del suo predecessore nelle stesse gare. Il tecnico toscano non può essere il colpevole, ma anche lui ci sta mettendo del suo e non poco. Due settimane di pausa, tanto lavoro e alla fine il concetto è che i punti non arrivano per sfortuna. Ma si sa, la dea bendata aiuta gli audaci e di audace il suo Cagliari ha avuto ben poco.

Terza strofa
La vittima è la dignità, l’accusa è di omicidio. Tante, troppe parole nonostante, mai come in questi mesi, il silenzio sarebbe stato d’oro. Chi si loda s’imbroda dice un vecchio detto e sembra chiaro che il monte ingaggi da prime dieci della classe e valutazioni esorbitanti sul mercato – con conseguenti rifiuti alle pretendenti – rappresentino un’esagerazione non suffragata dai fatti. Il calcio è democratico, il calcio non mente. Prima o poi i nodi vengono al pettine e così i reali valori dei singoli, soprattutto quando mancano un gruppo e un’idea definita. Parole, parole, parole, quelle di chi si vede già altrove, ché se anche la squadra dovesse raccogliere la più incredibile retrocessione della propria storia sarebbe un male minore. Squadre in fila fuori dalla porta, una nuova città e una nuova esperienza. Chi davvero appare attaccato al destino del Cagliari si conta sulle dita di una mano, tra prestiti, ingaggi dorati che non potrebbero restare in un’eventuale campionato cadetto, voglia di emergere altrove.

Ritornello
La classifica e con lei la matematica non invitano a cantare già il de profundis. Anche perché la sfidante numero uno, quasi l’unica rimasta, pur se si mostra più viva del Cagliari è comunque solo due lunghezze più avanti. Però il trend è chiaro, una squadra come quella vista nelle 29 giornate giocate non sembra affatto in grado di compiere un’impresa per la quale ci vorrebbero almeno 5 vittorie, esattamente le stesse fatte fino a oggi, ma con meno di un terzo delle gare a disposizione. Utopia, miraggio, illusione, si può chiamare la caccia alla permanenza in Serie A come si preferisce ma il concetto resterebbe uguale. Ora la sfida di San Siro contro l’Inter, con i nerazzurri impegnati nel recupero contro il Sassuolo a metà settimana. Un tempo nemmeno lontano si sarebbe detto che non è quella contro gli uomini di Conte la gara da vincere, ma è con questi distinguo che il Cagliari si trova oggi a guardare tutti dal basso tranne Parma e Crotone. D’altronde, la vittima è il Cagliari, l’accusa è di omicidio e anche se qualcuno si dovesse credere assolto è lo stesso coinvolto.

Matteo Zizola

 

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