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Dinamo, Rotondo: “Si punti sul parco italiani, spero in una chance ai talenti di Sassari”

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Una stagione non semplice, chiusa non come società e ambiente si aspettavano. Ma anche un futuro da progettare, in cui magari far sbocciare qualche talento cresciuto tra le proprie mura, quelle del PalaSerradimigni. Per la Dinamo Sassari è il momento della ricostruzione dopo il mancato approdo ai playoff, ma anche dopo aver mantenuto una ormai non più scontata Serie A. Di presente e futuro abbiamo parlato con una leggenda biancoblù come Emanuele Rotondo, miglior realizzatore di sempre della squadra sassarese.

Emanuele Rotondo, qual è il bilancio di questa annata della Dinamo Sassari?

“Domanda non facile. Rispondo per quello visto dall’esterno, prima da tifoso e poi da addetto ai lavori. Da tifoso ci si aspettava qualcosa di più, in termini di risultati e di piazzamento. Probabilmente però ci siamo stati abituati troppo bene. Nel corso degli anni la squadra e la società ci hanno abituato a grandi risultati o comunque a stagioni esaltanti. Forse questo è stato l’anno in cui ci siamo divertiti meno rispetto al solito. I momenti positivi sono stati estemporanei, è mancata la continuità. Non è mai stata data costanza agli exploit che la squadra ha avuto anche quando inaspettati. Poi da addetto ai lavori posso dire che le problematiche possono essere varie: infortuni e l’assetto della squadra iniziale su tutti. Con il senno del poi, nella costruzione del roster ci sono stati dei giocatori che non hanno reso come nel passato e altri da cui ci si aspettava qualcosa di più. Lo sport purtroppo non è matematica ed è difficile azzeccare la formula giusta, ma la pallacanestro in fin dei conti è facile: la squadra deve essere ben assortita, tutti devono essere nei posti giusti per funzionare insieme. Probabilmente qualche mancanza in più rispetto al solito ha fatto sì che in termini di classifica non si sia raggiunto quello che si voleva. Da questo punto di vista è stata una stagione tra le meno fortunate”.

Quella appena conclusa è stata l’annata in cui dopo diverso tempo non c’era Jack Devecchi in campo, ma neanche un elemento come Massimo Chessa. Anche non avere avuto figure del genere nello spogliatoio può avere avuto un impatto? 

“Probabilmente un po’ di vecchia guardia all’interno di una squadra ci vuole. Una sorta di ossatura “familiare”, che possa favorire la creazione del gruppo e permetta ai nuovi arrivati di inserirsi. Sono gli aspetti che permettono la nascita di quello spirito che contraddistingue le squadre vincenti. Non vuol dire che tutti debbano essere amici, anzi spesso le squadre di non amici funzionano meglio. Ho giocato in squadre con tanti amici ma non vincevamo mai, in altre dove potevamo tirarci addosso di tutto ma poi in campo ci si trovava a meraviglia. Ovviamente dal punto di vista dell’approccio e del divertimento avere un buon rapporto aiuta. Tornando a questa stagione, anche se giocavano meno rispetto ad altri, l’assenza di Devecchi o di Massimo Chessa si è sentita. La loro importanza all’interno del gruppo è diventata ancora più evidente”.

Le figure di rilievo però c’erano, tra queste anche Stefano Gentile che poi però ha fatto una scelta di carriera differente. La scelta della separazione ha influito sul rendimento della squadra e sulla percezione degli obiettivi?

“Non penso abbia influito o possa essere stata letta come se la squadra avesse già raggiunto i propri obiettivi. Un professionista deve sempre giocare sino in fondo, anche perché ne va della sua carriera. Queste sono scelte che fanno parte dello sport. Se fosse successo a un altro giocatore come già successo in passato all’interno della Dinamo o in altre squadre, penso si sarebbe fatta la stessa cosa. Personalmente, penso che quando si inizia un percorso si abbia il dovere di arrivare in fondo. Quando scegli una squadra devi pensare che quella sia la più forte del mondo. Quella di Gentile è stata evidentemente una scelta irrinunciabile da parte di tutti, dal giocatore alla società. Credo sia convenuto alle diverse parti in gioco, a livello tecnico non è stata la sua assenza ad affondare la squadra, anche perché come tutti ha sofferto durante l’annata”.

In più c’è stato un cambio in panchina sofferto. Da Bucchi a Markovic, due allenatori completamente differenti.

“Nello sport non si può dar nulla per scontato. Bucchi è un bravissimo allenatore, molto competente, non si rimane così a lungo sulla cresta dell’onda per fortuna o conoscenze. La sua carriera non è casuale così come quella di diversi allenatori della sua generazione. La società però è un’azienda e deve produrre risultati senza mai guardarsi indietro. I romanticismi, quando le cose non funzionano, vanno lasciati da parte. Vale per gli allenatori, così come per i giocatori. Io penso che il cambio sia stata giusto, perché la squadra sembrava molle e non riusciva a reagire. In queste situazioni l’unico passo da fare è il cambio dell’allenatore. La società ha scelto un profilo completamente diverso. Probabilmente si è cercato un allenatore come il primo Markowski, duro, che non guardasse in faccia a nessuno e che adottasse una metodologia differente e hanno trovato Markovic. Devo dire che un minimo di cambiamento c’è stato a livello di gioco e non solo. È giusto per questo proseguire insieme l’anno prossimo, con la squadra fatta secondo le sue idee e con la sua metodologia applicata dal primo giorno. Solo così si capirà se la scelta fatta è stata corretta”. 

In base a quello che si è già visto, che Dinamo Sassari si aspetta per la prossima stagione?

“Sicuramente ci sarà bisogno di un cambio netto, la società ha fatto capire che queste sono le sue intenzioni. Nelle squadre oramai i roster sono medio-lunghi e composti da atleti che hanno energia e ritmo dalla loro parte, con sette-otto uomini che siano dei titolari, per far sì che i cambi non facciano perdere intensità al quintetto. Io sono d’accordo sulla necessità di comporre uno zoccolo duro di italiani, serve coraggio in questo senso. Partirei da questo aspetto individuando i punti più importanti da toccare. Ci vorranno una bella dose di talento, genio e anche un po’ di spregiudicatezza in squadra, partendo dal presupposto che è giusto cambiare tanto dopo diverso tempo. Non voglio parlare di ruoli però, sennò sembra che voglia fare la squadra (ride, ndr). Mi piacerebbe però da sassarese e da ex giocatore della Dinamo che ci fosse il coraggio di dare una chance a qualcuno dei ragazzi sassaresi. Non dico in quintetto ma dare un’opportunità. Saremo bassottini, ma in termini di talento qualcosa c’è. La prova del campo nel professionismo è importante, ma se non vengono messi alla prova non si può sapere. Darei una chance ai vari Pisano e Dore. Pisano è da anni nel giro della prima squadra, ma non ha ancora avuto modo di provare il suo livello. Dore è più piccolo di un anno, ma con una dose di talento e di follia rilevanti. Ho allenato entrambi nel minibasket, sono cresciuti tanto ormai. Per me meritano almeno la chance di stare nel gruppo, poi dovranno essere bravi loro a conquistarsi ogni altra cosa”.

Matteo Cardia

 
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