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Elezioni regionali, c’è Reggio e Reggio…

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Il commento dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria, che nel primo caso hanno portato alla conferma di Stefano Bonaccini (Centrosinistra), nel secondo all’elezione di Jole Santelli (Centrodestra).

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C’è Reggio e Reggio: la geografia, anche in politica, non è un’opinione. A Reggio Calabria a ridere è il centrodestra a trazione sovranista, mentre a Reggio Emilia a festeggiare è un centrosinistra che – fra tonni e sardine – sembra ormai essersi dato all’ittica, con risultati peraltro altalenanti. In entrambe le regioni il PD si afferma come primo partito. Magra soddisfazione per Pippo Callipo, incapace di risollevare con le sue sole forze le sorti di un centrosinistra calabrese uscito disastrato dal quinquennio del “ribelle” Mario Oliverio (la “scatoletta di tonno” in politica non porta bene, a quanto pare). Grasso che cola per Stefano Bonaccini che, evitato l’abbraccio mortale della Ditta e raccolto quello vitale delle Sardine, ottiene una riconferma se non inattesa certamente non scontata.

SALVINI – Se il vero vincitore delle elezioni emiliano-romagnole è proprio il governatore uscente, lo sconfitto è senza ombra di dubbio Matteo Salvini. A dispetto di un 31.9% che fa della Lega il secondo partito in regione dopo il PD, il leader del Carroccio ha finito per scontare una eccessiva personalizzazione del voto (i precedenti di Craxi e Renzi non hanno evidentemente insegnato nulla) e la scelta di una candidata impalpabile (absit) fino all’evanescenza come la fedelissima Lucia Borgonzoni. Al varco lo attendono ora gli alleati di Fratelli d’Italia – con Giorgia Meloni pronta a blindare Raffaele Fitto in vista delle imminenti regionali Puglia – e Forza Italia, resuscitata in terra di Calabria grazie al netto successo della pasionaria azzurra Jole Santelli, in grado di ricompattare il fronte del centrodestra dopo la lite condominiale sul nome di Mario Occhiuto.

CINQUE STELLE – Grande assente, ancora una volta, quel Movimento Cinque Stelle che proprio dall’Emilia lanciava tredici anni fa il suo primo “Vaffa****o” alla casta e oggi entra in consiglio regionale dalla porta di servizio. Per non parlare della Calabria, dove alle politiche del 2018 era riuscito a drenare il 43 per cento dei consensi e mentre oggi non tocca praticamente palla. Pesa la atavica incapacità di dar vita a una classe dirigente locale. Pesa l’emorragia di parlamentari, divenuta inarrestabile nelle ultime settimane. Pesa il passo indietro di Luigi Di Maio alla vigilia del voto: abbandonato il timone del Movimento a pochi giorni dall’appuntamento con le urne, l’ex capo politico pentastellato ha lasciato al reggente Vito Crimi l’ingrato compito di commentare una sconfitta scontata ma non per questo meno bruciante. Pesa, infine, l’assenza di una visione che solo gli Stati Generali di marzo – forse – riusciranno a delineare.

CONTE – L’unico responso chiaro emerso dalle urne emiliane e calabresi è che il governo Conte è salvo. O quantomeno per ora. Se da un lato esce rafforzato dalla buona prova del Partito democratico, tuttavia, dall’altro il premier non può certo dormire sonni tranquilli davanti alla crisi di identità dell’alleato pentastellato, azionista di maggioranza ormai solo nominale del suo esecutivo. Per il Conte Bis il percorso verso la fine della legislatura è disseminato di mine, alcune delle quali pronte a esplodere già nella prossima primavera. Delle sei regioni chiamate al voto nel 2020, quattro sono guidate dal centrosinistra (Toscana, Campania, Puglia, Marche) e due (Liguria, Veneto) saldamente controllate da Forza Italia e Lega: una debacle del PD nelle ultime roccaforti democratiche rimaste in piedi dopo gli smottamenti elettorali dell’ultimo biennio (oggi il rapporto è di 14 a 6 a favore del centrodestra) finirebbe per colorare d’azzurro l’intera mappa politica del Paese – a eccezione di Emilia-Romagna e Lazio – compromettendo irrimediabilmente la tenuta del governo giallorosso. Volendo parafrasare i Beatles di Let It Be (album di cui proprio a maggio ricorre il 50° anniversario), per il governo Conte la strada verso il 2023 è ancora “lunga e tortuosa”.

Angelo Ciardullo

TAG:  Politica
 

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