Il calcio che fu | Il Sardinia

Una serie di “quadretti” di calciatori del passato cagliaritano e non solo, a cura di Nino Nonnis.

Prendeva il nome dal bar omonimo di via Baccaredda, che ancora esiste, pur avendo cambiato gestione. Una squadra che aveva gli atteggiamenti e le pretese mancate di una squadra di serie A di rango. La sua sede staccata, ma non meno importante era il bar Ragno, che non esiste più come tale, ha cambiato nome e gestione, dandosi delle arie, ma è stato abbandonato del tutto anche da Soro e Portoghese.

La squadra ha avuto un periodo d’oro, vincendo il campionato, e confermandosi l’anno successivo. Si è guadagnata un ritaglio di gloria che il tempo permette di ingigantire. In porta c’era Claudio De Martini (ingegnere) alto robusto, grande piazzamento e tecnica, un incrocio tra il fisico di Peruzzi, la classe di Zoff e le papere di Albertosi. Molto forte, imperforabile direi, sui palloni frontali. Maurizio Origone era il portiere di riserva. Degno di menzione perché faceva spogliatoio e intratteneva la panchina.

Terzino destro Pietro Nonnis, mio fradisco, al quale ho dedicato un quadretto a parte. A quei tempi era praticamente agli esordi, non avendo giocato per 5 anni, per dedicarsi agli studi classici. Mio padre non voleva che diventasse come certi giocatori che aveva sentito nelle interviste. Avesse sentito Bernardo Mereu avrebbe cambiato idea. Terzino sinistro Dino Isoni, il primo fluidificante sardo, ben prima di Nanni Loddo, famoso solo come pescivendolo. Difendeva poco, come tendenza, ma era agile e veloce. Come vigile urbano ha fatto un carrierone. Eppure con lui molti cambiavano corsia.

Mediano Alberto Marchi, l’inventore del zigarro per smettere di fumare sigarette e prendersi il vizio del sigaro. Militava già allora nel partito socialdemocratico. Giocava con la sufficienza che i politici dedicano alle partite del cuore. Ogni tanto gli passavano un pallone e lui ricambiava, promettendo passaggi a tutti, anche agli avversari. In caso di campo pesante giocava saltellando qua e là per evitare le pozzanghere. Si dice che non abbia mai partecipato a una barriera.  Stopper Pinna, un picchiatore che metteva sull’avviso gli arbitri al solo uscire dagli spogliatoi. In caso di assenza di avversari nei paraggi, curava anche lo stile, segnalando una buona frequentazione del Lido. In seguito arrivò nella rosa Fanti, che costituì una valida alternativa, tanto che gli avversari lo scambiavano per Pinna.

Libero Paoletto Zedda, cugino di Marco grande amico scomparso troppo presto, da lui molto diverso. Paoletto era capace di bofonchiare durante un’entrata, dotato di grande tecnica nel fallo a gioco fermo, nelle entrate a gamba tesa, e nelle chiacchiere con gli amici. Era difficile per tutti interromperlo. Anche lui convinto di avere grande tecnica. Ala destra Carlo Ferrari, giocatore stiloso che aveva come idolo Carletto Obino, e come lui evitava di entrare in area quando c’era gente, la rispettava un po’ come si fa con la striscia gialla in banca. Curiosamente tutti e due, forse perché avevano lo stesso nome, e anche lo stesso ruolo, avevano lo stesso idolo: Obino. Centravanti Stefano Russo, non c’è più, era giovane, quando se ne è andato per sempre. Aveva uno stile di gioco quasi signorile, era una punta di manovra di buon passo e buoni fondamentali. I suoi compagni (e non solo loro) lo citeranno sempre con simpatia e affetto, aveva grande stile naturale. Anche nella vita fuori dal campo.

Altra punta Sergio Nurchi, detto Nurcone, altro giocatore a cui ho dedicato un quadretto personale. E mer’e cosa. Du tengu doppiu. Mezz’ala Ughetto De Gortes: aveva due occhi molto belli, un bellissimo sorriso e fisico di buone proporzioni. Si metteva in mostra se c’era pubblico femminile, altrimenti non lo notava nessuno e lui non ci teneva. Aveva una dote: gli piaceva sciorare, fosse dipeso da lui avrebbe giocato vestito, elegantemente, ovvio. Regista Pietro Cogoni, di cui ho già parlato a parte. Aggiungo soltanto che era lui che portava la croce, metteva tutto in ordine, mentre Ughetto e Marchi cantavano spensierati. Senza ringraziarlo. Facevano parte della rosa anche Gavino Meloni, terzino talmente cattivo che i suoi stessi compagni quando faceva un’entrata si giravano per non vedere, e poi correvano veloci a formare la barriera.  Lobina, ala sinistra molto altruista, una sorta di tutto fare, multitasking, come ebbe a dirgli uno “Ma ita creis de essi? Multitasking?”. Adesso gli risponderebbe. Conserva ancora un fisico invidiabile.

Difensore centrale Lilly Ruggeri, di sicuro lo stopper più elegante della Sardegna, e non solo, il primo a portare il nastro fermacapelli, qualche volta la retina, firmata ovviamente, e i pantaloncini aderenti. Anche lui, come Cogoni, aveva un’attività nell’allora centralissima via Alghero. È stato atleta di buone potenzialità. L’unico a potersi permettere di non portare la sacca, ma una semplice busta, firmata Ruggeri però.  Il presidente era signor De Montis, il padrone del bar omonimo, mecenate rinascimentale.

Nino Nonnis

AL BAR DELLO SPORT

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