De Zerbi, la luce fioca

Nuovo appuntamento con la rubrica di Centotrentuno.com curata da Nanni Boi.

Passa per essere l’allenatore del momento in serie A, perlomeno la sorpresa, sicuramente la novità insieme a D’Aversa del Parma che gli sta davanti di due punti. Il Sassuolo di De Zerbi aveva iniziato alla grande il campionato, ora è dodicesimo, un po’ rientrato nei ranghi, lontano da quel sesto posto in cui lo condusse a fine torneo Eusebio Di Francesco tre stagioni fa prima di approdare alla Roma. Ma il tecnico bresciano che oggi con gli emiliani affronta il Cagliari, gode sempre di buona stampa. È una sua caratteristica questa che lo accompagna da quando giocava. Non ha mai fatto nulla di trascendentale con le scarpette bullonate, e i quindici trasferimenti affrontati in carriera bastano da soli per far capire che un segno vero e proprio non l’ha mai lasciato.

Eppure non si capisce come, non si capisce perché, ma Roberto De Zerbi ha sempre avuto questa sorta di aureola, di genio del pallone che fa a pugni con i risultati ottenuti prima da calciatore e poi da allenatore. Lui, ultrà della curva bresciana, cominciò ben presto a subire rovesci. Nelle giovanili del Milan non era ancora stato promosso nella Primavera quando vide proprio il suo Brescia (quello di Baronio, Diana, Bonazzoli e del tecnico Cadregari che metteva in panchina un certo Pirlo), stravincere il torneo di Viareggio in cui le rondinelle erano state iscritte proprio dopo la rinuncia del Milan. Mai arrivato alla prima squadra rossonera, cominciò a girovagare nelle serie minori. Divenne il pupillo del tecnico Marino che se lo portò ad Arezzo, Foggia e Catania. In Puglia (ma stiamo parlando di C2) lo ribattezzarono nientemeno che Luce perché illuminava il gioco (pensa te). Secondo un’altra ipotesi più pragmatica l’appellativo era dovuto al fatto che ci “vedeva benissimo” quando doveva firmare un contratto. Così come quello col Napoli, un quinquennale per vedere la serie A solo 3 partite dopo la promozione e poi sempre in prestito nelle serie minori.

Nel suo palmares figura la vittoria di un campionato e di una coppa nazionale, trofei ottenuti coi rumeni del Cluj, dove però in due anni e mezzo giocò, si e no, una ventina di volte. La carriera da allenatore andrà meglio? Mah. Inizia in serie D col Darfo Boario, squadra del bresciano quindi vicino a casa. E parte malissimo, con una retrocessione. Uno normale scenderebbe di categoria come minimo. Lui no, viene promosso. Del resto è o non è la luce? Gli affidano un Foggia super attrezzato, per tutto l’anno le tivù che si occupano della serie C non fanno che parlare di lui, salvo poi fallire la promozione che sembrava solo un dettaglio da conquistare (infatti l’anno dopo Stroppa la conquisterà).

Un altro fallimento insomma, ma ancora una volta il suo appeal anziché diminuire cresce a dismisura e così il prode bresciano approda in A. Il Palermo potrebbe dirgli: caro ti diamo un’opportunità unica, prendi due lire e zitto. Lui no, ottiene un contratto biennale da 500 mila euro l’anno e una clausola di altri 500mila euro in caso di esonero. Un vero e proprio incentivo a perdere insomma, Si dirà che con Zamparini l’esonero è sicuro nel momento in cui vieni ingaggiato, ma quando fai la miseria di 5 punti in 12 partite puoi aspettarti altro? È la media peggiore fra quelle ottenute dai tre allenatori rosanero quell’anno, ma mentre gli altri due restano a piedi, De Zerbi trova ancora una panchina di serie A a Benevento. Qui la situazione è obiettivamente disperata, ma a gennaio il presidente viene convinto a mettere mano al portafoglio e a spendere per rifare la squadra. De Zerbi poi arriva dopo nove giornate, quindi tempo per rimediare ce ne sarebbe, ma alla fine dei conti in 29 partite arrivano la miseria di 21 punti. Un altro tonfo. La nostra luce peraltro brilla sempre più alta nel firmamento  della considerazione generale, e così anziché trovarsi a Rende o Siracusa, Dez viene pescato addirittura dal Sassuolo di Squinzi. Finalmente i risultati arrivano, poi c’è la frenata. Vuoi vedere che anche stavolta…

Nanni Boi